Adesso le chiamavano Lettere dalla prigione, e ne esistevano una decina di edizioni diverse. Tutta quella roba, quelle lettere che la gente continuava a dirle che erano così piene di «energia spirituale» — il che significava forse che le aveva scritte con la faccia piena di lividi, per tenere alto il morale — e l’Analogia che certamente era l’opera sua più intellettualmente consistente, tutto questo l’aveva scritto nel Forte di Drio, in cella, dopo la morte di Asieo. Fare qualcosa bisognava, e al Forte carta e penna erano concesse… Ma tutto era stato scritto nella grafia frettolosa e tremolante che lei non aveva mai riconosciuto come propria, mentre sua invece era stata quella tondeggiante e ornata del manoscritto di Società senza governi, di quarantacinque anni prima. Taviri aveva portato con sé nella calce non solo le sue passioni fisiche e spirituali ma anche la sua grafia chiara.

Ma le aveva lasciato la rivoluzione.

«Che coraggio dimostri continuando a lavorare, a scrivere, in prigione, dopo una tale sconfitta per il movimento, dopo la morte del tuo compagno»: questo, le dicevano. Che razza di stupidi! Cos’altro si sarebbe potuto fare? Nerbo, coraggio… Ma cos’era, il coraggio? Non era mai riuscita a immaginarlo. Altri dicevano: non hai mai paura. Altri ancora: hai paura ma intanto continui. Ma cos’altro si sarebbe potuto fare se non continuare? C’era mai stata un’effettiva possibilità di scelta?

Morire significava soltanto continuare in una direzione diversa.

Se si voleva arrivare alla meta, era necessario continuare: questo intendeva con le parole «il vero viaggio è il ritorno»; ma non era mai stata più che un’intuizione, e in quel momento lei si trovava più che mai nell’impossibilità di razionalizzarla. Si curvò con troppa foga, tanto che gemette un poco allo scricchiolio delle ossa, e prese a rovistare in uno dei cassetti inferiori della scrivania.



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