
Ma le aveva lasciato la rivoluzione.
«Che coraggio dimostri continuando a lavorare, a scrivere, in prigione, dopo una tale sconfitta per il movimento, dopo la morte del tuo compagno»: questo, le dicevano. Che razza di stupidi! Cos’altro si sarebbe potuto fare? Nerbo, coraggio… Ma cos’era, il coraggio? Non era mai riuscita a immaginarlo. Altri dicevano: non hai mai paura. Altri ancora: hai paura ma intanto continui. Ma cos’altro si sarebbe potuto fare se non continuare? C’era mai stata un’effettiva possibilità di scelta?
Morire significava soltanto continuare in una direzione diversa.
Se si voleva arrivare alla meta, era necessario continuare: questo intendeva con le parole «il vero viaggio è il ritorno»; ma non era mai stata più che un’intuizione, e in quel momento lei si trovava più che mai nell’impossibilità di razionalizzarla. Si curvò con troppa foga, tanto che gemette un poco allo scricchiolio delle ossa, e prese a rovistare in uno dei cassetti inferiori della scrivania.
