
Joyce guardò l’orologio della torre. Restava ancora qualche attimo.
Insoddisfazione? Che cosa provava?
Immaginò se stesso mentre cercava di spiegare ad uno di questi giovani quello che provava e… sì, «insoddisfazione» era la parola che avrebbe usato.
Ma questo non sarebbe successo. Blanding era troppo giovane per fare qualcosa che non fosse schernire il vecchio sciocco dalle gambe storte e le caviglie gonfie. Pedersen era fuori dalla mischia. E Kallimer, naturalmente, di cui Joyce rispettava l’intelligenza, era troppo intelligente per ascoltare. Aveva le sue idee.
Joyce si alzò. Toccò l’immagine del Messire nascosta sotto il colletto, aggiustò l’abito e la parrucca e si volse verso i suoi collaboratori. Nel farlo, lasciò che il suo sguardo si posasse per un attimo sull’Imputata, per la prima volta. La donna era in piedi nel suo banco, in attesa. Solo un’occhiata, prima che lei potesse rendersi conto che Joyce aveva compromesso la sua dignità guardandola.
— Bene, Giudici, è ora.
Si soffermò un istante e poi li segui su per gli scalini che avrebbero messo a dura prova le sue caviglie.
Per prima cosa, Blanding doveva rinunciare al proprio diritto di giudicare il caso, dal momento che rientrava nella sua giurisdizione.
Joyce, in piedi da solo sulla sezione centrale rialzata della piattaforma, si sporse leggermente in avanti, finché le cosce non toccarono la fredda pietra del banco, alleggerendo un poco il peso sulle caviglie.
Dalla piazza sottostante nessuno l’avrebbe notato. Guardando la parete grigia della facciata esterna del banco, tutto ciò che si sarebbe potuto vedere era il busto dei quattro uomini: due in nero, uno leggermente più in alto con la sua veste sgargiante e poi un altro uomo in nero. Quest’ultimo era Blanding, che in quel momento girò intorno all’estremità del banco, dirigendosi verso la piattaforma sospesa che fungeva da tribuna del magistrato nei processi ordinari, e si fermò, magro, immobile, nero, svettante al di sopra della piazza.
