
Ero stato trasformato in una sorta di dio tenebroso grazie al dolore, alle vittorie e al troppo sangue dei nostri vampiri più anziani. Disponevo di poteri che mi sconcertavano e che talvolta persino mi agghiacciavano. Erano poteri che mi rendevano infelice, sebbene non sempre ne comprendessi la ragione.
Potevo, per esempio, librarmi nell’aria, viaggiare attraverso i venti della notte e coprire con facilità grandi distanze, come se fossi uno spirito. Potevo creare o distruggere la materia con la forza del pensiero. Potevo attizzare un fuoco soltanto desiderandolo. Potevo chiamare, con la mia voce soprannaturale, altri immortali da un capo all’altro del mondo. Potevo leggere senza sforzo nella mente di vampiri e umani.
Niente male, potreste pensare. Io lo detestavo. Senza dubbio mi affliggevo per quello che ero stato: un ragazzo mortale, il rigenerato che tornava a nuova vita, una volta stabilito che scegliere il male era un bene, se quello doveva essere il suo credo.
Non sono un pragmatista, beninteso. Ho una coscienza acuta e spietata. Avrei potuto essere un bravo ragazzo. Forse a volte lo sono. Ma sono sempre stato un uomo d’azione. Il dolore è uno spreco, come lo è la paura. E proprio l’azione è ciò che troverete qui, non appena avrò finito questa introduzione.
Ricordate: gli inizi sono sempre difficili e spesso risultano artificiosi. «Era il periodo migliore e il periodo peggiore di sempre»… Davvero? Ma quando mai? E poi non tutte le famiglie felici si somigliano, anche Tolstoj deve averlo capito. Non posso cavarmela con un: «In principio…» oppure con un: «A mezzogiorno, mi buttarono giù dal carro di fieno». Oppure sì. Io me la cavo sempre, credetemi. Nabokov fa dire a Humbert Humbert:
«Per una prosa elaborata, si può sempre contare su un assassino». Quell’«elaborata» non può significare «sperimentale»? È ovvio che so di essere voluttuoso, elaborato, lussureggiante: fin troppi sono stati i critici che me lo hanno detto.
