«La sa la novità, maresciallo?» esordì il geometra Albanese.

«No. Quale novità?»

«Due giorni appresso il funerale di Marta Barbaro, la sorella di Ciccino, accompagnata dal marito, è andata a trovarlo per vidiri come stava.»

«Embè?»

«Non li ha voluti ricevere. Non c’è stato verso. Ha detto che non voli vidiri a nisciuno. Hanno parlato col picciotto che bada alle pecore e macari lui ha detto che Ciccino gli dà ordini attraverso la finestra mezza chiusa.»

«Mischino!» intervenne Pasqualino. «Mi fa una pena!»

«Non riesce a elaborare il lutto» fece il professore Lumia che parlava sempre come un libro stampato.

«E ti credo!» disse il geometra trovandosi una volta tanto d’accordo col professore. «Marta è stata l’unica pirsona al mondo alla quale Ciccino ha voluto tanticchia di bene!»

La signora Matranga era fimmina risoluta e di parola imperativa. Suo figlio Marcuzzo, dodicino, assittato allato a lei, era vagnato di sudore.

«Marescià, Marcuzzo, questo figlio mè, è uno sdilinquente tali e quali a sò patre! Ogni matina inveci di andari alla scola, sinni va a spasso campagne campagne e non sente né prighere né vastonate! Io non ce la fazzo più, Marescià! Mi tacisse la carità, ci parlasse vossia.»

Rientrava nei suoi compiti istituzionali rimproverare uno scolaro che non aviva gana di studiare? Forse, anzi certamente, no. Ma se si rifiutava, cosa avrebbe detto di lui in paìsi la signora Matranga a tutte le clienti del suo negozio di frutta e verdura?

Parlò a Marcuzzo, sempre più atterrito e sudatizzo, per una decina di minuti. Alla fine il dodicino solennemente giurò di non fare più assenze e la signora Matranga s’addichiarò soddisfatta.

Smesso l’abito di sostituto pater familias gli toccò d’indossare subito dopo quello di giudice di pace per una facenna di confini tra la terra di Gaspano Mongitore e quella di Girlanno Dibetta.



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