Mettere d’accordo Mongitore e Dibetta, contadini di testa più dura delle pietre che costituivano l’ottanta per cento delle loro terre, fu cosa longa e laboriosa che però si concluse felicemente sia pure nella tarda matinata.

Verso le quattro del doppopranzo, del tutto inatteso, si vitti spuntare in ufficio a don Michele Spampinato, da solo tre anni parroco del paìsi.

«Maresciallo, vorrei premettere che la mia è una visita, come dire, privata.»

«Si accomodi» disse il maresciallo andando a chiudere la porta dell’ufficio. «Mi dica.»

«Lei sa che circa un mesetto fa è deceduta la signora Marta Barbaro?»

«Sì.»

«Sa anche che da quel giorno Ciccino, il vedovo, non vuole più vedere nessuno? Nemmeno la sorella che pure è andata a trovarlo almeno tre volte senza essere mai riuscita a entrare in casa?»

«L’ho inteso dire.»

«Bene. Stando così le cose ho ritenuto mio dovere, stamattina presto, dopo la prima Messa, di andare da lui per portargli una parola di conforto. Ci ho messo più di un’ora, in parte col motorino e in parte a piedi, per raggiungere la casa. C’ero stato altre volte per la Benedizione pasquale. È stato un viaggio inutile.»

«Non le ha aperto?»

Il parrino si catamminò tanticchia a disagio sulla seggia.

«Si ricorda com’è la casa? È a un piano, in mezzo a un orto protetto da una palizzata fatta di rami e con al centro un cancelletto. Io mi sono fermato proprio lì e ho chiamato. Nessuno ha risposto, ma io ho continuato a chiamare. Finalmente, quando non avevo più voce, la finestra del piano superiore s’è aperta, ma Ciccino non si è affacciato. Sempre fermo al cancelletto, gli ho detto che volevo parlargli. Per tutta risposta lui mi ha mandato via in malo modo.»

«Cosa intende per malo modo?»



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