Il maresciallo aviva avvertito una certa reticenza nelle parole del parrino e la cosa non gli era piaciuta.

Don Michele, sempre più a disagio, s’asciucò la fronte col fazzoletto.

«Ecco, maresciallo, ho fatto una premessa… se ne ricorda, vero?… la mia è una visita privata… Non vorrei portare danno a un povirazzo che…»

«Don Michele, ho capito benissimo quello che lei vuole. E per quanto mi è possibile… Però parli.»

«Ha sparato.»

«A lei?» spiò strammato il maresciallo.

«A me no. Ha imbracciato un fucile da caccia e ha sparato un colpo. Ma lei capisce, Ciccino non ci sta più tanto con la testa, è armato, può rappresentare un pericolo per sé e per gli altri.»

«Certo, certo» fece ancora imparpagliato il maresciallo.

A quali grado di disperazione era arrivato Ciccino, accanosciuto da tutti come omo non violento, per minacciare un parrino?

Gli venne un dubbio.

«Una curiosità, don Michele. Quando andò da Barbaro, aveva la tonaca?»

«No, non ero vestito come mi vede oggi. Per comodità, mi ero messo i jeans e maglione leggero a girocollo. Uno che non lo sa, come fa a capire che si trova davanti a un parrino?»

«Avevate avuto modo di conoscervi prima?»

«L’ho intravisto in chiesa solo il giorno del funerale. Le volte che sono stato a casa sua per la Benedizione pasquale ho trovato solo la moglie.»

«Lei, a Barbaro, gli disse chi era?»

Il parrino ci pinsò tanticchia.

«Non credo di averne avuto il tempo.»

«Un’ultima cosa. È sicuro che ha voluto sparare in alto?»

«Sicurissimo. Voleva solo allontanarmi spavenandomi.»

Appena il parrino niscì, il maresciallo chiamò l’appuntato Colamonaci e gli spiò d’accertarsi se Barbaro Francesco, che tiniva in casa un fucile da caccia, era in regola con la liggi.

Abbastarono una decina scarsa di minuti che l’appuntato tornò con la risposta: Barbaro aviva le carte in regola. Aggiunse, a titolo d’informazione, che a lui, Colamonaci, Barbaro Francesco arrisultava, per voce popolare, pirsona onesta e degna di considerazione, macari se di carattere bastevolmente difficile.



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