— Quelli ti prendono la foto della retina… sai cos’è?

Little Tib non disse niente.

— È la parte interna dell’occhio, quella che vede le immagini. Fai conto che il tuo occhio sia una macchina fotografica: hai una lente davanti e la pellicola dietro. Be’, la retina è la pellicola: è di questa che ti prendono una foto. Penso che la tua l’abbiano persa. Tu sai cos’hanno i tuoi occhi che non va?

— Sono cieco.

— Sì, ma non sai per quale motivo, eh, bambino? Vorrei che tu potessi vedere questa zona… stiamo oltrepassando una vallata, e sotto di noi ci sono alberi a non finire, e rocce, e ruscelli.

— Può sentirci, Mr. Parker? — chiese ancora Little Tib.

— Credo di no. Sembra che dorma della grossa.

— Lui chi è?

— È quel che ti ha detto. È il sovrintendente, solo che non lo vogliono più.

— È davvero pazzo?

— Sicuro. È un uomo pericoloso quando gli prendono i cinque minuti. Quando lo fecero sovrintendente gli misero quell’affanno nella testa per dargli più capacità, più ricordi e più matematica, e altre cose che lo avrebbero fatto lavorare meglio. Il distretto scolastico ne aveva acquistati molti; non so come li chiami tu, quegli oggettini con tanti microcircuiti dentro…

— E non gliel’hanno tolto dopo che ha smesso d’essere sovrintendente?

— Sicuro, ma la sua testa era abituata ad averlo dentro, ormai, o almeno credo. Piccolo, ti senti bene?

— Sto bene.

— Non ne hai l’aria: mi sembri pallido. Magari è perché ti sei tolto via un bel po’ di polvere quando ti ho mandato a lavarti la faccia. Che ne pensi, è per questo?

— Io mi sento benissimo.

— Vieni qui, fammi sentire se scotti. — Little Tib avvertì il rude contatto di un palmo calloso sulla fronte. — Mi pare che tu abbia un po’ di febbre.

— Non sono malato.

— Guarda là! Ah, se tu avessi potuto vederlo. C’era un orso laggiù: un grosso vecchio orso, nero come il carbone.



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