
— Nitty, ho sete.
— L’avrei giurato, sì. Lo senta, Mr. Parker: scotta.
La mano di Mr. Parker era più piccola e morbida di quella di Nitty. — Forse è stato il gas.
— Scottava anche prima.
— Ho paura che su questo treno non esista un’infermeria.
— A Howard c’è un dottore. Pensavo di portarlo là e…
— Non abbiamo più denaro sui nostri conti, adesso.
Little Tib era esausto. Si distese sul pavimento del vagone, e quando sentì rotolare via il cilindro ormai vuoto del gas non ebbe la forza di riafferrarlo.
— … un bambino malato e… — sentì Nitty dire. La vettura vibrava sotto di lui, e le ruote mandavano ritmici clangori soffocati simili al pulsare del sangue nel cuore di un gigante.
Stava camminando per uno stretto sentiero polveroso. Tutti gli alberi su entrambi i lati avevano foglie rosse, e rossa era l’erba che cresceva attorno alle loro radici. Avevano anche facce, scolpite nei tronchi, e parlavano fra loro mentre lui li oltrepassava. Dai rami pendevano mele e ciliege.
Il sentiero girò intorno a una collinetta ricoperta da piante scarlatte. Fra la vegetazione cinguettavano dei cardinali, e uno di essi gli si appollaiò su una spalla. Little Tib ne fu felice, e gli disse: — Non voglio andare via, mai. Voglio stare qui per sempre, a camminare su questo sentiero.
— Sia fatta la tua volontà, figliolo — disse il cardinale. E si fece il segno della croce con un’ala.
Oltrepassarono una svolta e più avanti vide una casetta, non più grossa di un frigorifero. Era dipinta a strisce bianche e rosse, con un tetto a pan di zucchero. A Little Tib il suo aspetto non piacque ma fece qualche passo verso di essa.
Un uomo di altezza normale uscì dalla minuscola casa. Era fatto di rame, rossastro e lucido, scintillante come un tubo nuovo per una caldaia. Il suo corpo era cilindrico, la testa a forma di pentola e il collo era anch’esso un pezzo di tubo. Aveva grossi mustacchi stampati sulla sua faccia di rame, e si stava ripulendo con una lima. — E tu chi sei? — lo interrogò.
