
Little Tib glielo disse.
— Non ti riconosco — disse l’uomo di rame. — Vieni più vicino che possa vederti meglio.
Little Tib si avvicinò. Qualcosa stava tambureggiando bam bam bam fra le colline dietro la casetta bianca e rossa. Cercò di vedere cosa fosse ma erano ricoperte da una fitta nebbia, come se fosse mattina presto. — Cos’è quel rumore? — domandò all’uomo di rame.
— Quella è la gigantessa — rispose lui. — Non… riesci… a… vederla?
Little Tib disse che non ci riusciva.
— Allora… apri… la mia… chiave vocale… e io… ti… parlerò…
L’uomo di rame si girò, e Little Tib vide che sulla schiena aveva tre serrature. Quella di centro era contrassegnata da un’etichetta ramata con incise le parole: AZIONE VOCALE.
— … di… lei.
Una bella chiave pendeva da un gancetto accanto alla serratura. Lui la infilò nel foro e la girò.
— Così va meglio — sospirò l’uomo di rame. — Le mie parole, grazie all’aria che tu hai aperto, soffieranno via la nebbia e così potrai vederla. Io posso fermarla; ma se non lo facessi tu verresti ucciso.
Come l’uomo di rame aveva detto, la nebbia si stava sollevando. Parte di essa però non si muoveva: non era nebbia, sembrava piuttosto una montagna. Ma quando si mosse non fu più una montagna, bensì un’immensa donna vestita di foschia, alta il doppio delle colline fra cui stava in piedi. Impugnava una scopa, e mentre Little Tib la osservava un topo grosso come la motrice di un treno sbucò da una caverna in una delle alture. Bam fu il rumore che fece la scopa della gigantessa; ma il topo la evitò infilandosi in un’altra caverna. Un istante dopo corse di nuovo fuori. Bam! La donna era sua madre, ma lui capì che non poteva riconoscerlo… che in qualche modo la nebbia e la necessità di schiacciare il topo la separavano da lui.
