
— Quella è mia madre — disse all’uomo di rame. — E il topo era nella nostra cucina, nella casa nuova. Ma non lo colpiva come sta facendo adesso.
— Si limita a colpirlo una volta sola — spiegò l’uomo di rame. — Ma quella volta si ripete uguale; è per questo motivo che sbaglia sempre il colpo. Se però tu cercherai di proseguire sul sentiero, la scopa ti ucciderà e ti spazzerà via. A meno che io non la fermi.
— Posso passare fra un colpo e l’altro — disse Little Tib. Ne sarebbe stato capace.
— La scopa è più grossa di quel che pensi — disse l’uomo di rame. — E non potresti vederla bene come credi.
— Voglio che tu la fermi — disse Little Tib. Era sicuro che avrebbe potuto passare fra due colpi della scopa, ma gli dispiaceva per sua madre, che era costretta a cacciare il topo interminabilmente e senza riposo.
— Allora devi lasciare che io ti mostri il modo.
— Sentiamo — disse Little Tib.
— Bisogna che tu giri la mia chiave di movimento.
Sulla serratura più bassa c’era scritto: AZIONE DI MOVIMENTO. Era la più grossa. A lato pendeva la chiave, e quando lui l’ebbe infilata nel foro la girò facendola scattare più volte. — Così può bastare — disse l’uomo di rame. Little Tib rimise la chiave al suo posto e l’uomo di rame si volse verso di lui.
— Adesso devo guardare nei tuoi occhi — disse. Gli occhi di lui erano stampati nel rame, ma Little Tib sapeva che poteva vederci. L’altro gli prese la faccia fra le mani: erano più dure di quelle di Nitty, però più piccole e fredde. Little Tib vide gli occhi di lui farsi sempre più vicini.
Vide i suoi stessi occhi riflessi nella faccia di rame dell’uomo come in uno specchio, e dentro di essi c’erano dei bagliori simili alle fiamme di due candele in una chiesa. Le fiammelle s’ingrandivano. L’uomo di rame continuava ad accostare il volto al suo. Tutto cominciò a essere buio e sempre più buio. Little Tib disse: — Tu non mi conosci?
