
— Mi affido alla vostra pietà — disse Little Tib.
— Allora sei colpevole?
Little Tib scosse il capo.
— Devi esserlo. Solo i colpevoli supplicano la mia pietà.
— Credevo che voi perdonaste gli sconfinamenti — osservò Little Tib, e appena l’ebbe detto tutte le luci che illuminavano la sala del trono si spensero. Le sue guardie cominciarono a imprecare, e lui sentì il fruscio delle loro accette che nel buio fendevano l’aria alla ricerca della sua testa.
Corse via, pensando che poteva nascondersi dietro uno degli arazzi d’oro, ma le sue mani protese non riuscirono a trovarlo. Allora continuò a fuggire a caso, finché dopo un po’ fu certo di non essere più nella sala del trono. Era su! punto di fermarsi allorché vide una debole luce, cosi fioca che per un poco gli parve soltanto uno scherzo degli occhi, come i bagliori che scorgeva premendovi le dita sopra. Questo è il mio sogno, si disse, e posso creare delle luci dovunque io voglia metterle. Benissimo allora, voglio la luce del sole, e quando sarò uscito ci saranno Nitty e Mr. Parker accampati con me da qualche parte, in un bel posto accanto all’acqua fresca di un ruscello, ed io sarò capace di vedere.
La luce si fece più grande e luminosa; aveva il tono dorato dei raggi del sole.
Poi Little Tib vide degli alberi, e cominciò a correre. Stava passando di corsa fra le loro forme verdi quando capì d’un tratto che non erano affatto alberi veri, e che la luce proveniva da essi: il cielo sopra di lui era una nuda volta di roccia. Si fermò, allora. I tronchi e i rami degli alberi erano d’argento, le foglie erano d’oro, l’erba sotto i suoi piedi non era erba bensì un tappeto di gemme verdi, e uccelli i cui occhi erano rubini autentici volavano fra quella vegetazione… solo che non erano uccelli veri, ma giocattoli. Nitty e Mr. Parker non c’erano, e neppure il ruscello.
