Era quasi sul punto di mettersi a piangere quando notò la frutta. Pendeva sotto le foglie ed era d’oro anch’essa, ma per dei frutti quello non era un colore innaturale: avevano l’aspetto di grosse mele. Little Tib si chiese se sarebbe stato capace di staccarle dagli alberi, e la prima che toccò gli cadde fra le mani. Non era abbastanza pesante da sembrare solida. Dopo qualche istante vide che le due metà erano avvitate l’una sull’altra. Sedette sull’erba, che nel frattempo era diventata vera erba o un tappeto spesso e verde, e la aprì. Nell’interno c’era un pezzo di carne e un po’ di verdura, ma quel cibo era troppo caldo per poter essere mangiato. Vi rovistò dentro sperando di trovare qualcosa di più commestibile, ma non c’era altro che carne quasi arroventata e verdura così bollente che mettersela in bocca era impossibile.

Infine trovò una piccola tazza con il coperchio. Dentro c’era un po’ di tè, così caldo che gli bruciò le labbra, ma lui cercò di berne ugualmente un sorso. Deposta la tazza si alzò e proseguì attraverso quella foresta d’oro e d’argento, sperando di trovare un posto migliore. Tutti gli alberi però svanirono di colpo, e si ritrovò immerso nella tenebra. I miei occhi sono andati, pensò, mi sto svegliando. Poi vide più avanti un circolo di luce, risentì il tramestio, e seppe che non si trattava di sassi che rimbalzavano al suolo bensì di picconi, centinaia e centinaia, che scavavano l’oro nelle miniere degli gnomi.

Il cerchio di luce si allargò… ma nello stesso tempo si fece più scuro, come se in esso crescesse un’ombra a forma di stella. Poi l’ombra si solidificò nel corpo di uno gnomo che veniva verso di lui. E subito ce ne fu un intero esercito: l’uno esattamente dietro l’altro e con le braccia allargate in fuori, cosicché quell’immagine sembrava un solo gnomo con mille braccia, tutte protese per afferrare lui.



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