
Nitty si accostò a Little Tib, gli tirò la coperta fino al mento e gliela rimboccò attorno. — Così va meglio — disse Little Tib.
— Verrai a Martinsburg con noi — disse Nitty.
— Io sto andando a Sugarland.
— Dopo. Perché vuoi andare là?
Little Tib cercò di parlargli di Sugarland, ma non trovò le parole. Infine disse: — A Sugarland loro sanno chi sei.
— Uh, suppongo che sarebbe troppo tardi per me. Anche se scoprissi che qualcuno sapeva chi ero, non tornerò a esserlo più.
— Tu sei Nitty — disse Little Tib.
— Proprio così. E uscivo molto con le ragazze di quelle parti. Ma sai cosa dicevano? Dicevano: tu sei il custode della scuola, no? Oppure: tu sei quello che lavorava per Buster Johnson. Nessuna di loro sapeva chi ero. Gli unici a saperlo erano i ragazzini.
Little Tib sentì il fruscio del vestito di Nitty che si alzava, poi il lieve scalpiccio delle sue scarpe quando si allontanò. Si chiese se Nitty intendesse stare sveglio per tutta al notte, ma infine udì che si sdraiava.
Suo padre lo stava tenendo per mano. Erano scesi dal treno che li aveva portati in città, e camminavano lungo una delle strade principali. Lui ci vedeva. Sapeva che non avrebbe dovuto notare quel particolare, ma lo notava, e in qualche posto dietro questa consapevolezza sapeva anche che se si fosse svegliato avrebbe smesso di vederci. Guardò dentro le vetrine e vide grosse bambole vestite di pelliccia, e ogni abito sembrava inzuppato di luce. Girò lo sguardo sulla strada e poté vedere dozzine di auto passare come grossi insetti dai colori brillanti. — Di qua — disse Big Tib. Entrarono in un oggetto di vetro che li trasportò attorno e poi dentro un edificio, poi in un ascensore interamente in vetro che si arrampicò su per la parete come una formica. — Dovremmo comprare uno di questi — Little Tib, — così non saremmo costretti a fare le scale.
