
Alzò lo sguardo e vide che suo padre stava piangendo. Allora fu lui a mettere la sua carta nella macchina, poi sedette e osservò le luci colorate. La macchina era un uomo vestito di bianco che si tolse gli occhiali e disse: — Noi non sappiamo chi sia questo bambino, ma certamente non è nessuno. — Suo padre disse: — Guarda ancora la luce più brillante, Little Tib. — E qualcosa nella sua voce lo informò che l’uomo vestito di bianco era molto più forte di lui. Guardò la luce e cercò di non cadere.
E si svegliò. Era così buio che per un minuto si chiese dove fossero finite le luci colorate. Poi ricordò. Girò su se stesso e protese le mani dalla parte del fuoco finché non riuscì ad avvertirne il calore. Ora lo sentiva anche: crepitava e schioccava ancora, ogni tanto. Gli volse le spalle e tornò a distendersi come prima. Passò un treno, e dopo un poco udì il verso di un gufo.
Poteva vederci anche lì. Qualcosa dentro di lui gli disse quanto era fortunato a vederci due volte in una stessa notte. Poi dimenticò di pensarci e guardò i fiori. Erano grandi e rotondi, crescevano su lunghi steli, avevano petali gialli e il centro marrone, e quando non li fissava direttamente giravano e giravano. Loro potevano vederlo, perché tutti giravano la corolla a osservarlo, e quand’era lui a guardarli si fermavano.
A lungo andò avanti camminando fra i fiori. Pian piano essi divennero alti quanto le sue spalle.
Poi la città scese giù come una nuvola e si poggiò su una collina di fronte a lui. Appena fu a contatto del suolo fece finta d’essere sempre stata lì, ma Little Tib poteva sentirla ridere sotto i baffi. Aveva una cerchia di mura verdi, e al di là di quei bastioni c’erano torri, molto alte e anch’esse verdi, che si sarebbero dette di vetro.
Little Tib si avvicinò di corsa e fu quasi subito di fronte a una delle porte. I battenti erano altissimi, ma giusto poco più su della sua testa c’era una finestrella attraverso cui il guardaportone lo interrogò. — Voglio vedere il re — disse Little Tib.
