
Due: un attacco dall’esterno del pianeta. Rivide la torre dorata, ai moli spaziali della Centrale. Ma se la Shackleton era passata alla pirateria, perché cominciare con la cancellazione di un piccolo campo, invece di impadronirsi di Centralville?
No, doveva trattarsi di un’invasione, di qualche alieno. Qualche razza sconosciuta, o forse i Cetiani o gli Hainiti avevano deciso di assalire le colonie terrestri. Lui non si era mai fidato di quei maledetti umanoidi doppiogiochisti.
Il colpo doveva essere stato effettuato con una bomba incendiaria. La forza d’invasione, appoggiata da jet, vagoni volanti, bombe nucleari, poteva essere nascosta su un’isola, su un atollo, in qualsiasi punto del quarto di sfera sudovest. Avrebbe fatto meglio a ritornare al suo elicottero per trasmettere l’allarme, poi cercare di darsi un’occhiata intorno, in perlustrazione, in modo da riferire al Quartier Generale la propria valutazione della situazione reale. E stava rimettendosi in piedi quando udì le voci.
Non voci umane. Acute, leggere, bla-bla-bla. Alieni.
Chino sulle mani e sulle ginocchia dietro il tetto di plastica della baracca, che ora giaceva sul terreno, deformato dal calore fino ad assumere l’aspetto di un’ala di pipistrello, Davidson s’irrigidì e rimase in ascolto.
Quattro creechie si avvicinarono a pochi passi da lui, sul sentiero. Erano creechie selvatici, completamente nudi a eccezione di un’ampia cintura di cuoio che recava coltelli e piccoli tascapani. Nessuno aveva i calzoncini e il collare di cuoio che venivano assegnati ai creechie addomesticati. Probabilmente, i Volontari chiusi nel recinto erano stati ridotti in cenere insieme con gli umani.
Si fermarono poco più avanti del suo nascondiglio, continuando a parlarsi col loro lento bla-bla-bla, e Davidson trattenne il respiro. Non voleva farsi scorgere. Chissà che diavolo ci facevano, laggiù, dei creechie? Non potevano essere altro che spie o esploratori del nemico.
