Uno dei creechie indicò in direzione sud, mentre parlava, e si voltò, cosicché Davidson poté vederlo in faccia. E riconoscerlo.

Tutti i creechie erano uguali tra loro, ma questo era differente. Davidson aveva vergato la propria firma su tutta quella faccia, meno di un anno prima. Era il creechie che era impazzito e che lo aveva assalito giù alla Centrale, il creechie omicida, il beniamino di Lyubov. E che diavolo ci faceva, lì al campo?

La mente di Davidson guizzò, ticchettò; con le reazioni scattanti come sempre, si alzò in piedi, improvviso, alto, tranquillo, arma alla mano.

— Voi creechie — disse. — Fermi. Restate immobili. Giù le braccia. Niente mosse.

La sua voce crepitava come una sferza. Le quattro piccole creature non si mossero. Quella con la faccia rincalcata lo fissò da dietro il cumulo nero di macerie, e i suoi occhi larghi e vacui erano privi di ogni luce.

— Rispondete, adesso. Questo fuoco, chi l’ha fatto? Nessuna risposta.

— Rispondete: svelti, scat-tare! Niente risposta, e io brucio prima lui, poi lui, capito? Questo fuoco, chi l’ha fatto?

— Noi abbiamo bruciato il campo, capitano Davidson — disse quello venuto dalla Centrale, con una voce strana e morbida che a Davidson ricordò quella di qualche umano a lui noto. — Gli umani sono tutti morti.

— Voi l’avete bruciato? Cosa intendi dire?

Chissà perché, non gli riusciva di ricordare il nome dello Sfregiato.

— C’erano duecento umani qui. Novanta schiavi del mio popolo. Novecento del mio popolo sono usciti dalla foresta. Prima abbiamo ucciso gli umani nel luogo della foresta dove tagliavano gli alberi, poi abbiamo ucciso quelli che erano in questo luogo, mentre le case bruciavano. Pensavo che foste stato ucciso. Sono lieto di vedervi, capitano Davidson.



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