
Erano parole assolutamente folli, e naturalmente si trattava di menzogne. Non potevano averli uccisi tutti: Ok, Birno, Van Sten, e tutto il resto, duecento uomini; almeno qualcuno sarebbe riuscito a scappare. I creechie non avevano altro che archi e frecce. E, comunque, i creechie non potevano averlo fatto.
I creechie non lottavano, non uccidevano, non facevano la guerra. Erano non-aggressivi intra-specie, ossia stavano fermi a fare da bersaglio. Non restituivano il colpo. Chiaro come il sole, non potevano avere massacrato duecento uomini con un colpo solo. Il creechie era pazzo.
Il silenzio, il debole puzzo di bruciato nella luminosità lunga e tiepida del crepuscolo, le facce color verde pallido, dagli occhi immobili, che lo guardavano, non volevano dire niente: erano solo un sogno pazzo e cattivo, un incubo.
— Chi lo ha fatto per voi?
— Novecento del mio popolo — disse lo Sfregiato, con quella sua voce maledettamente simile a una voce umana che lui non riusciva a ricordare.
— No, non loro. Chi altri? Chi vi ha fatto agire? Chi vi ha detto cosa fare?
— Mia moglie, me l’ha detto.
Davidson scorse la tensione rivelatrice che si stava accumulando nella creatura, e tuttavia il creechie gli balzò addosso con tale leggerezza, in modo talmente obliquo, che la pistola mancò il colpo, andando a bruciare un braccio o una spalla invece di colpire tra gli occhi.
Poi il creechie fu su di lui: era metà della sua taglia e del suo peso, eppure gli fece perdere l’equilibrio con l’impeto dell’attacco, perché Davidson si era affidato alla presenza della pistola e non si aspettava l’aggressione. Le braccia del creechie erano sottili, dure, coperte di pelliccia, entro la stretta delle sue mani; e mentre Davidson lottava per sciogliersi, il creechie cantava.
Davidson si trovò sulla schiena, premuto a terra, disarmato. Quattro musi verdi posavano lo sguardo su di lui. Lo Sfregiato cantava ancora: un bla-bla sfiatato, ma che pareva contenere un motivetto musicale. Gli altri tre ascoltavano, e mostravano ih un ghigno i denti bianchi.
