Davidson non aveva mai visto un creechie sorridere. Non aveva mai fissato lo sguardo in una faccia di creechie dal disotto. Sempre dal disopra, dall’alto in basso. Dalla cima.

Non cercò di liberarsi, perché per il momento sarebbe stata fatica vana. Per piccoli che fossero, lo superavano di numero, e lo Sfregiato aveva la sua pistola. Doveva attendere. Ma provava un malessere indefinito, una nausea che faceva torcere e sussultare il suo corpo, contro la sua stessa volontà. Le piccole mani lo tenevano al suolo senza sforzo apparente, le piccole facce verdi dondolavano sopra di lui e sorridevano.

Lo Sfregiato terminò di cantare. Si inginocchiò sul petto di Davidson, con in una mano un coltello, nell’altra la sua pistola.

— Tu non sai cantare, capitano Davidson, vero? Be’, allora forse potrai correre al tuo elicottero, e volare via, e dire al colonnello, alla Centrale, che questo posto è stato bruciato e che gli umani sono stati tutti uccisi.

Sangue, dello stesso stupefacente colore rosso del sangue umano, macchiava il pelo del braccio destro del creechie, e il coltello tremava nella sua zampa verde. La faccia affilata e segnata di cicatrici si abbassò a fissare la faccia di Davidson da molto vicino, e ora Davidson poté scorgere la strana luce che bruciava nel profondo di quegli occhi scuri come il carbone. La voce era ancora morbida e tranquilla.

Lo lasciarono libero.

Davidson si rialzò con cautela, ancora stordito per la caduta che lo Sfregiato gli aveva fatto fare. Ora i creechie si tenevano ben lontano da lui, sapendo che il suo allungo era il doppio del loro; ma lo Sfregiato non era il solo che avesse un’arma: c’era una seconda pistola puntata sulla sua pancia. E quello che impugnava la pistola era Ben. Il suo creechie Ben, quel piccolo bastardo rognoso, con l’aria stupida come sempre, ma con in mano una pistola.



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