
— Tu hai visto i giganti una volta, Coro?
— Una sola volta — disse il vecchio.
Sognò; e a volte, essendo molto vecchio e non più forte come un tempo, scivolò nel sonno per qualche periodo. Venne il giorno, trascorse il mezzodì. All’esterno della Loggia una squadra di cacciatori partì, con i bambini che cinguettavano, le donne che parlavano con voci simili all’acqua corrente. Una voce più asciutta chiamò Coro Mena, dalla porta. Lui strisciò fuori, nella luce della sera. All’esterno c’era sua sorella, che fiutava con piacere il vento aromatico, ma che non per questo pareva meno preoccupata.
— Lo straniero si è destato, Coro? — chiese la donna.
— Non ancora. Torber si occupa di lui.
— Dobbiamo ascoltare la sua storia.
— Non dubito che presto si sveglierà.
Ebor Dendep si accigliò. Donna-capo di Cadast, era preoccupata per il suo popolo; ma non osava chiedere di disturbare un uomo ferito, né voleva offendere i Sognatori facendo valere il suo diritto di entrare nella loro Loggia.
— Non puoi svegliarlo, Coro? — domandò infine. — E se lui fosse… inseguito?
Coro non poteva guidare le emozioni della sorella con le stesse redini delle sue, ma le avvertiva bene; l’ansia di lei lo pungeva.
— Se Torber darà il permesso, lo farò — disse.
— Cerca di conoscere le notizie da lui portate, presto. Mi spiace che non sia una donna e che non possa parlare in modo assennato…
Lo straniero, intanto, si era destato e giaceva febbricitante nella semioscurità della Loggia. I sogni non controllati della malattia si muovevano nei suoi occhi. Si rizzò a sedere, comunque, e parlò in modo composto. E mentre Coro Mena lo ascoltava, le sue ossa parevano volersi rattrappire dentro di lui, cercando di sottrarsi a quella terribile storia, a quella nuova cosa.
— Ero Selver Thele, quando abitavo a Eshreth in Sornol. La mia città fu distrutta dagli umani quando essi tagliarono gli alberi di quella regione. Io fui uno di coloro che furono costretti a servirli, insieme con mia moglie Thele.
