
"Lei venne violentata da uno di loro e morì. Io attaccai l’umano che l’aveva uccisa. Lui mi avrebbe ucciso, a quel punto, ma un altro di loro mi salvò e mi liberò.
"Io lasciai Sornol, dove adesso nessuna città è al sicuro dagli umani, e giunsi qui all’Isola del Nord, e andai a vivere sulla costa di Kelme Deva, nei Boschi Rossi. Infine vi giunsero gli umani e cominciarono a tagliare il mondo. Distrussero una città, laggiù: Penle. Catturarono un centinaio di uomini e donne e li costrinsero a servirli, e a vivere nei recinti.
"Io non venni preso. Andai con altri che erano scappati da Penle e che si erano rifugiati nelle paludi a nord di Kelme Deva. A volte, la notte, mi recavo tra gli uomini chiusi nei recinti degli umani. E gli uomini dei recinti mi dissero che c’era quello. Quello che avevo cercato di uccidere.
"All’inizio pensai di provarci nuovamente; oppure di liberare la gente chiusa nei recinti. Ma sempre vedevo cadere gli alberi, e il mondo aprirsi sotto le lame e venire abbandonato a marcire. Gli uomini sarebbero potuti scappare, ma le donne erano chiuse in modo più sicuro e non avrebbero potuto farlo, e cominciavano a morire.
"Io parlai con le persone che si nascondevano nella palude. Eravamo tutti molto spaventati e molto adirati, e non avevamo modo di dare la libertà alla nostra paura e alla nostra collera. Così, alla fine, dopo lunghi discorsi, lungo sognare, e dopo aver fatto un piano, uscimmo alla luce del giorno e uccidemmo gli umani di Kelme Deva con frecce e lance da caccia e bruciammo la loro città e le loro macchine. Non lasciammo nulla. Ma quell’umano si era allontanato. Ritornò indietro da solo. Io cantai su di lui, e lo lasciai andare."
Selver tacque.
— E poi? — bisbigliò Coro Mena.
— Poi giunse da Sornol una nave volante, e ci diede la caccia nella foresta, ma non trovò alcuno.
