Così appiccarono fuoco alla foresta; ma piovve, e causarono pochi danni. La maggior parte delle persone liberate dai recinti e delle altre è andata più lontano, a nord e a est, verso le Colline di Holle, perché temevano che giungessero molti umani a darci la caccia. Io viaggiai da solo. Gli umani mi conoscono, sapete; riconoscono la mia faccia, e questo mi spaventa, e spaventa coloro che stanno con me.

— Che cos’è la tua ferita? — chiese Torber.

— Quell’umano mi ha colpito con il loro tipo di armi; ma io l’ho cantato a terra e l’ho lasciato andare.

— Da solo hai messo a terra un gigante? — chiese Torber con un sorriso feroce, augurandosi di poter credere.

— Non ero solo. Ero con tre cacciatori e avevo in mano la pistola del gigante… questa.

Torber si ritrasse istintivamente dall’oggetto.

Per un certo tempo, nessuno di loro parlò. Infine Coro Mena disse: — Ciò che tu ci racconti è molto nero, e la strada scende sempre più in basso. Sei un Sognatore della tua Loggia?

— Lo ero. Non esiste più una Loggia di Eshreth.

— Sono tutte una; parliamo l’Antica Lingua insieme. Tra i salici di Asta tu mi hai parlato la prima volta, chiamandomi Padron Sognatore. E io lo sono. Tu sogni, Selver?

— Raramente, oggi — rispose Selver, obbediente al catechismo, e chinò la faccia febbricitante e segnata di cicatrici.

— Da sveglio?

— Da sveglio.

— E sogni bene?

— Non bene.

— E tieni il sogno fra le tue mani?

— Sì.

— Lo intessi e gli dai forma, lo dirigi e lo segui, lo inizi e lo termini a volontà?

— A volte; non sempre.

— E puoi percorrere la strada presa dal tuo sogno?

— A volte. A volte ho timore di farlo.

— E chi non l’ha? Non sei del tutto malvagio, Selver.

— No, lo sono del tutto — disse Selver. — In me non resta nulla di buono. — E cominciò a tremare.



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