
— Che cos’è la tua ferita? — chiese Torber.
— Quell’umano mi ha colpito con il loro tipo di armi; ma io l’ho cantato a terra e l’ho lasciato andare.
— Da solo hai messo a terra un gigante? — chiese Torber con un sorriso feroce, augurandosi di poter credere.
— Non ero solo. Ero con tre cacciatori e avevo in mano la pistola del gigante… questa.
Torber si ritrasse istintivamente dall’oggetto.
Per un certo tempo, nessuno di loro parlò. Infine Coro Mena disse: — Ciò che tu ci racconti è molto nero, e la strada scende sempre più in basso. Sei un Sognatore della tua Loggia?
— Lo ero. Non esiste più una Loggia di Eshreth.
— Sono tutte una; parliamo l’Antica Lingua insieme. Tra i salici di Asta tu mi hai parlato la prima volta, chiamandomi Padron Sognatore. E io lo sono. Tu sogni, Selver?
— Raramente, oggi — rispose Selver, obbediente al catechismo, e chinò la faccia febbricitante e segnata di cicatrici.
— Da sveglio?
— Da sveglio.
— E sogni bene?
— Non bene.
— E tieni il sogno fra le tue mani?
— Sì.
— Lo intessi e gli dai forma, lo dirigi e lo segui, lo inizi e lo termini a volontà?
— A volte; non sempre.
— E puoi percorrere la strada presa dal tuo sogno?
— A volte. A volte ho timore di farlo.
— E chi non l’ha? Non sei del tutto malvagio, Selver.
— No, lo sono del tutto — disse Selver. — In me non resta nulla di buono. — E cominciò a tremare.
