
Torber gli diede da bere la linfa di salice e gli ordinò di sdraiarsi. Coro Mena doveva ancora rivolgergli la domanda della donna-capo; la rivolse con riluttanza, inginocchiato accanto all’uomo malato: — I giganti, gli "umani", come tu li chiami, seguiranno le tue tracce, Selver?
— Non ho lasciato tracce. Nessuno mi ha visto tra Kelme Deva e questo luogo, sei giorni di cammino. Ma non è questo il pericolo. — Si sforzò di rimettersi a sedere. — Ascolta, ascolta. Tu non vedi il pericolo. E come potresti vederlo? Tu non hai fatto quello che ho fatto io, non ne hai mai sognato: far morire duecento persone. Gli umani non seguiranno me, ma forse ci seguiranno tutti. Ci daranno la caccia, come fanno i cacciatori con i conigli. È questo il pericolo. Possono volerci uccidere. Uccidere tutti, tutti gli uomini.
— Sdraiati…
— No, non sto delirando, questi sono veri fatti e veri sogni. C’erano duecento umani a Kelme Deva, e sono morti. Li abbiamo uccisi noi. Li abbiamo uccisi come se non fossero uomini. Essi non si rivolteranno e non faranno lo stesso? Hanno ucciso i nostri uno alla volta, ma adesso ci uccideranno come uccidono gli alberi: a cento e cento e cento.
— Stai calmo — disse Torber. — Queste cose succedono nel sogno della febbre, Selver. Non succedono nel mondo.
— Il mondo è sempre nuovo — disse Coro Mena — per vecchie che siano le sue radici. Selver, come sono, queste creature? Hanno l’aspetto di uomini e parlano come uomini, ma non sono uomini?
— Non lo so. Gli uomini non si uccidono tra loro, se non nella pazzia. C’è qualche bestia che uccide individui della sua stessa specie? Solo gli insetti. Questi umani ci uccidono con la leggerezza con cui noi uccidiamo i serpenti. Colui che ha insegnato a me, mi ha detto che si uccidono tra loro, in dispute, e anche in gruppi, come formiche che lottano. Io questo non l’ho visto. Ma so che non risparmiano colui che chieda la vita. Non esitano a colpire un collo chino, l’ho visto io! In loro c’è il desiderio di uccidere, e dunque mi è parso giusto metterli a morte.
