
— L’uomo a cui era diretto il tuo messaggio, Selver di Eshreth, un dio tra noi. Hai mai visto un dio prima d’ora, figlia?
— Quando avevo dieci anni, il Suonatore di Lira è venuto nella nostra città.
— Il Vecchio Ertel, sì. Era del mio Albero, e veniva dalle Valli del Nord, come me. Be’, ora hai visto un secondo dio, e maggiore dell’altro. Parla di lui alla tua gente, a Trethat.
— Che dio è, Madre?
— Un nuovo dio — disse Ebor Dendep con la sua voce secca e vecchia. — Il figlio dell’incendio della foresta, il fratello dell’assassinato. È colui che non rinasce. Ora vai, andate tutte, andate alla Loggia. Pensate a coloro che partiranno con Selver, pensate a dar loro del cibo da portare con sé. Lasciatemi sola per un poco. Sono piena di presentimenti come uno stupido vecchio maschio, devo sognare…
Coro Mena accompagnò Selver, quella notte, fino al punto dove s’erano visti all’inizio, sotto i salici ramati, accanto al ruscello. Molte persone intendevano seguire Selver a sud: in tutto una sessantina. Molta gente non aveva mai visto muoversi tutto insieme un gruppo così numeroso. Avrebbero destato molta sensazione, e così avrebbero chiamato a sé numerosi altri, nel loro tragitto verso il punto di attraversamento del mare per Sornol. Selver aveva fatto valere il suo diritto di Sognatore a rimanere in solitudine per quella notte. Partiva da solo. I suoi seguaci l’avrebbero raggiunto il mattino; e da allora, confuso nell’azione e nella folla, avrebbe avuto poco tempo per il moto lento e profondo dei grandi sogni.
— Qui ci siamo incontrati — disse il vecchio, fermandosi tra le fronde arcuate, tra i veli di foglie pendenti — e qui ci separiamo. Questo verrà chiamato Boschetto di Selver, senza dubbio, dalla gente che percorrerà nel futuro i nostri sentieri.
Selver non disse nulla per qualche tempo, e rimase immobile come un albero; le foglie inquiete intorno a lui incupirono il loro argento quando le nubi si addensarono sopra le stelle.
