— Tu sei sicuro di me, più di me stesso — rispose infine, voce nel buio.

— Sì, sono sicuro, Selver… il sognare mi è stato insegnato assai bene, e inoltre sono vecchio. Ormai sogno ben poco per me stesso. Perché dovrei farlo? Poco mi è nuovo. E ciò che desideravo dalla vita l’ho avuto; anche di più. Ho avuto l’intera mia vita. Giorni quante le foglie della foresta. Ormai sono un tronco vecchio e cavo, solo le radici sopravvivono. E così sogno solamente le cose che sognano tutti. Non ho visioni e non ho desideri.

"Io vedo ciò che è. Io vedo maturare il frutto sul ramo. Da quattro anni continua a maturare quel frutto di un albero profondamente piantato. Tutti noi abbiamo paura da quattro anni, anche noi che abitiamo lontano dalle città degli umani e abbiamo solamente scorto le loro forme da un nascondiglio, o visto le loro navi volare su di noi, o osservato i luoghi morti dove essi hanno abbattuto il mondo, oppure udito semplici narrazioni di questi fatti. Siamo tutti spaventati.

"I bambini si destano nel sonno, piangendo a causa dei giganti; le donne non sono più disposte a partire per i loro viaggi di commercio; gli uomini delle Logge non riescono più a cantare. Il frutto della paura sta maturando. E io ti vedo intento a raccoglierlo. Tu sei il mietitore. Ogni cosa che noi non desideriamo vedere, tu l’hai conosciuta: esilio, vergogna, dolore, il tetto e le pareti del mondo cadute, la madre morta nella disperazione, i figli privi di insegnamenti, privi di carezze…

"Questo è un nuovo tempo del mondo: un tempo cattivo. E tu l’hai sofferto fino in fondo. Tu ti sei spinto più avanti. E nel punto più lontano, alla fine del cammino buio, laggiù cresce l’Albero; laggiù il frutto matura; ora tu alzi il braccio, Selver, ora tu lo cogli. E il mondo cambia interamente, quando un uomo stringe nella mano il frutto di quell’albero, le cui radici sono più profonde di quelle della foresta. Gli uomini lo riconosceranno. E riconosceranno te, così come ti abbiamo riconosciuto noi.



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