«Questa la tengo.»

«Un portafortuna?» Il dottore era occupato ad ammucchiare ordinatamente le banconote. «La tenga pure: un uomo non ha mai abbastanza fortuna. Ed ora… mi dispiace far fretta ad un ospite in partenza, ma il potere del Seggio è limitato. Ed è molto importante scegliere il momento opportuno. Da questa parte, prego.»

Lo disse con lo stesso tono con cui l’avrebbe fatto accomodare nello studio di un dentista o nella sala di un consiglio d’amministrazione, pensò Simon. E forse lui era uno sciocco a seguirlo.

La pioggia era cessata, ma era ancora buio nel giardinetto quadrato dietro la vecchia casa. Petronius premette un interruttore, ed una luce sventagliò dalla porta posteriore. Tre pietre grige formavano un arco che superava di pochi centimetri la testa di Simon. E davanti all’arco stava una quarta pietra, grezza, informe e angolosa come le altre. Oltre l’arco c’era una staccionata di legno, alta, non verniciata, imputridita dagli anni, incrostata dalla sporcizia della città, e mezzo metro di terriccio: null’altro.

Simon rimase immobile per un lungo istante, irridendo mentalmente la parziale convinzione di pochi momenti prima. Era il momento più opportuno perché comparisse Sammy e Petronius si guadagnasse veramente l’onorario.

Ma il dottore si era piazzato a fianco della pietra posata sul terreno. La indicò.

«Il Seggio Periglioso. Se vuol sedersi, colonnello… è quasi ora.»

Un sogghigno amaro che commentava la sua follia torse le labbra sottili di Simon, mentre si accostava alla pietra e restava immobile per un istante sotto l’arco, prima di sedersi. C’era una depressione rotonda, che si adattava ai suoi fianchi. Stranamente, con un bizzarro presentimento, tese le mani. Sì: c’erano altri due incavi più piccoli per posare le palme, come aveva spiegato Petronius.



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