«Solo un paio di metri, le assicuro. Mi segua.»

Il vicolo era corto: uscirono in uno spiazzo vuoto tra gli edifici torreggianti. Rannicchiata in una depressione circondata da quei colossi, stava una casetta.

«Come vede, è un anacronismo, Tregarth.» Il dottore infilò una chiave nella serratura della porta. «Questa è una fattoria del tardo secolo decimosettimo nel cuore di una città del ventesimo secolo. Poiché i suoi titoli di proprietà sono in dubbio, continua ad esistere, come uno spettro molto concreto del passato rimasto ad infestare il presente. Entri, la prego.»

Più tardi, mentre si asciugava davanti al caminetto, tenendo in mano il bicchiere offertogli dal suo ospite, Simon pensò che era veramente esatto parlare di casa fantasma. Sarebbero bastati un cappellone a cono sulla testa del dottore ed una spada al suo fianco per completare l’illusione di essere passato da un’epoca all’altra.

«E da qui, dove andrò?» chiese.

Petronius smosse il fuoco con un attizzatoio. «Lei se ne andrà all’alba, colonnello, libero e sicuro, come le ho promesso. In quanto alla destinazione,» fece sorridendo, «vedremo.»

«Perché attendere fino all’alba?»

Come se fosse costretto a dire più di quanto desiderava, Petronius posò l’attizzatoio e si pulì le mani con un fazzoletto, prima di fronteggiare il suo cliente.

«Perché solo all’alba si apre la sua porta… la porta adatta a lei. È una cosa di cui forse riderà, Tregarth, fino a quando vedrà la prova con i suoi occhi. Cosa ne sa dei menhir?»

Simon si sentì assurdamente soddisfatto di poter dare una risposta che l’altro, era chiaro, non si attendeva.

«Erano pietre… erette in cerchi dagli uomini della preistoria… Stonehenge.»

«Erette in cerchi, qualche volta.



7 из 236