«Sì.»

«E allora vai. Se ci dovessero essere complicazioni ce ne occuperemo noi. Tu sei indispensabile solo in combattimento, eh? Ah… dove sarai?»

«A casa di mia sorella, in Brasile. Ho quattrocento cugini, là.»

«Brasile, bene. Bene.» Dove diamine era il Brasile? «Divertiti.»

«Senz’altro.» Il mezzo saluto con il quale Tung si congedò era decisamente raggiante. Il suo volto scomparve dal video.

«Maledizione» sospirò Miles, «mi spiace privarmene, anche se è solo per una licenza. Be’, se la merita.»

Elli si appoggiò allo schienale della sedia, e il suo respiro gli sfiorò i capelli scuri e i pensieri cupi. «Posso permettermi di dire, Miles, che Tung non è il solo ufficiale superiore ad aver bisogno di riposo? Persino tu devi scaricare la tensione, ogni tanto. E poi anche tu sei stato ferito.»

«Ferito?» La tensione gli irrigidì la mascella. «Oh, le ossa… ma le ossa rotte non contano. È da quando sono nato che ho le ossa fragili; devo solo imparare a resistere alla tentazione di giocare all’ufficiale superiore sul campo. Il posto giusto per le mie chiappe è una bella seggiola imbottita in sala tattica, non al fronte. Se avessi saputo in anticipo che Dagoola si sarebbe trasformata in un… esercizio fisico, ci avrei mandato qualcun altro come falso PDG. E in ogni caso, la mia licenza l’ho avuta, in infermeria.»

«E poi hai passato un mese ad aggirarti con lo stesso aspetto di un cadavere criogenico rianimato in un forno a microonde. Quando entravi in una stanza, sembravi un’apparizione dell’Oltretomba.»

«Tutta la faccenda di Dagoola l’ho retta sull’onda dell’isterismo puro: non si può stare tanto sulla corda senza pagarla con un po’ di depressione. Io almeno, non posso.»

«La mia impressione era che ci fosse qualcosa di più, sotto.»

Miles fece ruotare la sedia e la affrontò con un ringhio. «Ma non ti arrendi mai! Sì, è vero: abbiamo perso delle brave persone e a me non piace perdere gente in gamba. E piango, anche, ma in privato, se non ti spiace!»



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