«Io non ho lasciato morire nessuno. Sono riuscito a salvare un dormiente. Dopo, per gli altri era troppo tardi.»

«Lo hai fatto in ordine numerico?»

«Sì,» disse Nicodemus. «L’ho fatto in ordine numerico. C’è un modo migliore?»

«No,» disse Horton. «No, non credo. Ma dato che tre di noi erano morti, non si è pensato di rinunciare alla missione e di tornare alla Terra?»

«Non si è pensato a questo.»

«Chi ha preso la decisione? Nave, immagino.»

«Non c’è stata nessuna decisione. Nessuno di noi ne ha mai parlato.»

Era andato tutto storto, pensò Horton. Se qualcuno ci si fosse messo d’impegno, con uno slancio sconfinante nel fanatismo, non sarebbe riuscito a rovinare tutto in modo più completo.

Una nave, un uomo, uno stupido robot dai piedi piatti… Cristo, che spedizione! E per giunta, una spedizione inutile, con biglietto di sola andata. Tanto varrebbe che non fossimo neppure partiti, pensò. Ma se non fossero partiti, si disse, a quest’ora lui sarebbe morto da molti secoli.

Cercò di ricordare gli altri, ma non vi riuscì. Poteva vederli solo vagamente, come attraverso una nebbia. Erano indistinti, confusi. Cercò di delineare i loro volti, e gli parve che non avessero volto. Più tardi, lo sapeva, li avrebbe rimpianti, ma ora non poteva. Non c’era abbastanza, di loro, per rimpiangerli. E non ce n’era il tempo. C’erano troppe cose da fare e da considerare. Mille anni, pensò, e non torneremo indietro. Perché Nave era l’unica che poteva riportarli indietro, e se Nave diceva di no, non c’era niente da fare.

«Gli altri tre?» chiese. «Sono stati sepolti nello spazio?»

«No,» disse Nicodemus. «Trovammo un pianeta dove riposeranno per l’eternità. Vuoi sapere tutto?»

«Se non ti dispiace,» disse Horton.

4.

Dalla piattaforma dell’altopiano su cui Nave si era posata, la superficie planetaria si estendeva verso i nitidi orizzonti lontani, una terra dai grandi ghiacciai azzurri d’idrogeno congelato che scivolavano lungo pendii di roccia nera e nuda.



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