
Nave, chiese Nicodemus, è tutto ciò che possiamo fare?
Non possiamo far altro, disse Nave.
Mi sembra una crudeltà lasciarli qui, in questo posto desolato.
Cercavamo un luogo solitario, per loro, disse Nave, un luogo di solitudine e di dignità, dove niente li troverà e li disturberà per studiarli o per metterli in mostra. Questo glielo dobbiamo, robot; ma è tutto ciò che possiamo dar loro.
Nicodemus stava eretto accanto alla triplice bara, cercando di fissare per sempre quel luogo nella sua mente, anche se, mentre scrutava il pianeta, si rendeva conto che c’era poco da fissare. Lì c’era una monotonia mortale: dovunque si guardasse, tutto pareva identico. Forse, pensò, è meglio così… potranno restare qui, anonimi, protetti dall’irreperibilità del luogo del loro ultimo riposo.
Non vi era cielo. Dove avrebbe dovuto essere il cielo, vi era soltanto la nera nudità dello spazio, illuminata da un denso sprazzo di stelle sconosciute. Quando lui e Nave se ne fossero andati, pensò, per millenni e millenni quelle stelle d’acciaio, prive di scintillii, avrebbero fissato i tre che giacevano nella bara; non per vegliare su di loro ma per spiarli, con lo sguardo gelido di vecchi, muffiti aristocratici che osservano con fredda disapprovazione gli intrusi insinuatisi nel loro ambiente. Ma la disapprovazione non avrebbe avuto importanza, pensò Nicodemus, perché ormai non c’era più nulla che potesse far loro del male. Niente poteva far loro del male, niente poteva aiutarli.
