A trent’anni — secondo il computo di Avalon — Christopher Holm era alto, magro e aveva spalle ampie. Tanto nei lineamenti che nella corporatura ricordava sua madre: testa allungata, volto stretto, naso e labbra sottili, occhi azzurri, capelli color mogano (tagliati corti secondo la moda di coloro che praticano assiduamente il volo con cintura gravitazionale), barba abbastanza rada da meritarsi solo regolari applicazioni di enzimi anticrescita. La sua carnagione, naturalmente chiara, aveva acquistato un colorito scuro per l’esposizione al sole. Laura, una stella di tipo G5, ha solo il 72 per cento della luminosità del Sole e, proporzionalmente, minor quantità di raggi ultravioletti; ma Avalon, che orbita ad una distanza media di 0,81 unità astronomiche in un periodo che è 0,724 di quello terrestre, riceve il dieci per cento in più di irradiazione totale di quella a cui è abituato l’uomo.

Come d’abitudine ispezionò accuratamente la sua unità prima di infilare le braccia nelle cinghie e di allacciare la fibbia alla cintura. Si augurò che i due cilindri a punta di cono sulla sua schiena contenessero accumulatori ben carichi e circuiti perfettamente funzionanti. In caso contrario, era un uomo morto. Un Ythrano non avrebbe mai potuto salvare un umano che precipitasse dal cielo. Un paio di volte parecchi di loro, tutti insieme, avevano effettuato dei salvataggi, ma si trattava di pastori muniti di lazo che potevano lanciare verso il loro compagno, e tirare senza intralciarsi l’un l’altro. Non c’era da fare conto su una fortuna simile. Oh Dio, se avesse avuto delle vere ali!

Si infilò un elmetto di pelle ed abbassò gli occhiali che costituivano il misero sostituto di una membrana nittitante. Infilò il coltello nel fodero e si sistemò il lanciaproiettili sul fianco.



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