
Poi Hooch si rese conto di essersi fermato, la mano sulla maniglia, a fissare il Rosso. Quanto tempo era trascorso? Non era bene che la gente capisse fino a che punto quel Rosso lo metteva a disagio. Aprì la porta e fece un passo avanti.
Ma di quel Rosso non parlò, nossignori. Non era proprio il caso che Harrison sapesse quanto quell’unico Shaw-Nee avesse potuto disturbarlo, irritarlo. Perché dietro il grande tavolo antico se ne stava seduto il governatore Bill come il signore Iddio sul suo trono celeste, e Hooch si rese conto che da quelle parti le cose erano davvero cambiate. Non era solo il forte a essere cresciuto, ma anche la vanità di Bill Harrison. E se Hooch voleva davvero ricavare da quel viaggio i profitti che si era ripromesso, era meglio fare in modo che il governatore Bill scendesse di un gradino o due, così da poterlo trattare da pari a pari, e non da mercante a governatore.
«Ho visto i cannoni» disse Hooch, senza nemmeno curarsi di salutare. «A che ti serve tutta quell’artiglieria? Contro i francesi di Detroit o gli spagnoli della Florida? O forse c’entrano i Rossi?»
«Finché esisterà qualcuno disposto a pagare per uno scalpo, i Rossi c’entreranno sempre» spiegò Harrison. «Adesso siediti e rilassati, Hooch. Quando quella porta è chiusa, tra noi due non c’è bisogno di cerimonie.» Eh, sì, come a tutti i politicanti anche al governatore Bill piaceva giocare a carte coperte. Fa’ in modo che chi ti sta di fronte abbia la sensazione che gli stai facendo un favore solo a permettergli di sedersi alla tua presenza, lusingalo finché non si convince che non ha niente da temere, e poi vuotagli pure le tasche a tradimento. Molto bene, pensò Hooch, anch’io ho le mie carte da giocare, e vediamo un po’ chi avrà la meglio.
