Harrison pescò una cicca di rispettabili dimensioni dalla borsa che gli veniva offerta e se la ficcò nella guancia. «Sì, Hooch, lo so, non è questo a infastidirmi.» Ma Hooch capì che la cosa invece lo infastidiva, eccome, e che Harrison era talmente infuriato che non riusciva neanche a sputare diritto, e lo dimostrò mancando la sputacchiera. Una sputacchiera, notò Hooch, che fino a quel momento era stata lucida come uno specchio. Che da quelle parti non sputasse più nessuno, tranne Hooch?

«Ti stai civilizzando» osservò Hooch. «Tra un po’ ti vedremo con le tendine di pizzo alle finestre.»

«Le ho già» disse Harrison. «A casa mia.»

«E graziosi vasi da notte di porcellana.»

«Hooch, hai il cervello di un serpente e la lingua di un porco.»

«È per questo che mi vuoi bene, Bill… perché tu invece hai il cervello di un porco e la lingua di un serpente.»

«Puoi ben dirlo» confermò Harrison. «Ricordati sempre che posso mordere, e mordere a fondo, e con una buona dose di veleno. Ricordatelo sempre, prima di provare a giocarmi qualcuno dei tuoi tiri mancini.»

«Tiri mancini!» protestò Hooch. «A che cosa vuoi alludere, Bill Harrison? Di che cosa mi accusi?»

«Ti accuso di non averci fatto più arrivare una goccia di liquore per quattro lunghi mesi, al punto che ho dovuto far impiccare tre Rossi che erano penetrati nei miei magazzini. Perfino i miei soldati sono rimasti a secco!»

«Io? Ma se ti ho portato questo carico più in fretta che potevo!»

Harrison si limitò a sorridere.

Hooch conservò la sua espressione dolorosamente oltraggiata. Era una delle sue espressioni migliori, e per di più era in parte giustificata. Chiunque dei suoi concorrenti, se lui gli avesse lasciato anche solo una mezza testa di vantaggio, avrebbe sicuramente trovato il modo di arrivare a Carthage City per primo. Non era colpa di Hooch se per puro caso gli capitava di essere la canaglia più astuta, subdola e ignobile in un ramo d’affari che già in partenza non poteva certo definirsi roba da educande.



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