C’è un uomo seduto a un tavolo sghembo sul quale sono sparsi libri e fogli di carta. Sul tavolo c’è una candela con un tubo di vetro rosso, o forse solo a me sembra tale. Qualunque cosa nel rifugio, anche l’uomo, mi sembra vagamente rossa. Indossa un’uniforme senza giacca e guanti con le dita tagliate, ma non c’è nessuna stufa. Mi si sono già congelate le mani.

Un mortaio da trincea ruggisce, e zolle di terra ghiacciata si staccano dal soffitto franando sul tavolo a ciottoli. L’uomo spazza via la terra dalle carte e alza lo sguardo.

«Cerco il dottor Funkenheld,» dico.

«Non c’è.» Si alza in piedi e gira intorno al tavolo, con movimenti rigidi, come un vecchio, sebbene non sembri aver superato i quaranta. Porta i baffi, e la sua faccia mi sembra sporca nella luce rossa.

«Ho un messaggio da consegnargli.»

Ruggisce un pezzo da otto, e ci cade addosso altra terra. L’uomo alza il braccio per togliersi la terra dalla spalla. La manica dell’uniforme è stata fatta a brandelli. Tutto il dorso della mano che ha sollevato e il lato del braccio sono ricoperti di piaghe rosse piene di pus. Lo osservo di nuovo in faccia. Le piaghe sui baffi e intorno al naso e la bocca si sono seccate e hanno fatto la crosta. Escoriazioni. Bolle in suppurazione. Il cannone ruggisce di nuovo e altra terra gli cade sulle mani spellate.

«Ho un messaggio da consegnargli,» ripeto, ritraendomi. Infilo la mano nella tasca della giacca per fargli vedere il messaggio, e invece ne viene fuori la lettera. «C’era una lettera per lei, tenente Schwarzschild.» Gliela passo tenendola per un angolo in modo che non mi tocchi quando la prende.

Mi si avvicina per prendere la lettera, contraendo i muscoli della mascella, e penso con orrore che deve avere delle piaghe anche sulle gambe. «Chi è il mittente?» dice. «Ah, Herr professor Einstein. Bene,» e la gira. Mette le dita sul lembo per aprirla e urla di dolore. La lettera gli cade in terra.



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