
«Dunque lei ha davvero tenuto in mano la lettera di Einstein?» chiese Travers. «Dev’essere stato eccitante! Solo due mesi dopo Einstein rese pubblica la sua teoria della relatività generale. E anni prima che ci si rendesse conto dell’esistenza dei buchi neri. Quando è stato esattamente?» Tirò fuori un quadernetto e iniziò a scribacchiarci sopra degli appunti. «Mio stimato collega…» borbottò fra sé e sé. «Formulata in modo così semplice. Questa roba è grande. Cioè, sono stato mesi e mesi alla ricerca di materiale su Schwarzschild per il mio saggio, ma praticamente non c’è niente su di lui. Immagino a causa della guerra.»
«Nessuna informazione esce da un buco nero una volta oltrepassato il raggio di Schwarzschild,» dissi.
«Ehi, forte!» esclamò, scarabocchiando di nuovo. «Posso utilizzarlo nella mia ricerca?»
Adesso sono io quello che siede ininterrottamente davanti alla trasmittente a spedire messaggi alla Croce Rossa, al mio professore a Jena, al dottor Einstein. Mi si sono congelati l’indice e il pollice della mano destra e devo battere sui tasti con la sinistra. Ma non parte niente, e io devo assolutamente riuscirci. È necessario che qualcuno mi dica il nome della malattia di Schwarzschild.
«Ho una teoria,» dice Muller. «Gli ebrei hanno preso il potere e hanno firmato un trattato coi russi. Siamo totalmente tagliati fuori.»
«Vado a vedere se c’è posta,» dico, in modo da non dover più ascoltare altre sue teorie, ma il dottore mi ferma mentre sto uscendo dal rifugio.
Gli riferisco il messaggio. «Impetigine!» urla il dottore. «L’hai visto! Ti sembrava impetigine?»
Scuoto la testa, dato che è impossibile dirgli ciò che mi sembrava.
«Che sintomi presenta?» chiede Muller, ardente di curiosità. Non gli ho parlato di Schwarzschild. Ho paura che se gliene parlassi diventerebbe solo più curioso e insisterebbe per andare al fronte a vederlo di persona.
