
Comincia a nevicare. Muller mi intercetta sulla porta ma io entro passandogli accanto e alzo al massimo la fiamma della stufa, tenendoci le lettere dietro.
«Te le leggo io,» dice Muller curioso, frugando tra le buste che ho scartato. «Guarda qua, c’è una lettera di tua madre. Forse ti ha mandato i guanti.»
Osservo minutamente le lettere una per una mentre lui apre per me quella di mia madre. Sebbene le tenga cosi vicine alla fiamma che la carta si comincia a bruciacchiare, non riesco a distinguerne i nomi.
«“Caro figlio,”» legge Muller, «“non ho tue notizie da tre mesi. Ti hanno ferito? Stai male? Ti serve niente?”»
L’ultima lettera è da parte del professor Zuschauer a Jena. Riesco a leggerne il nome abbastanza chiaramente nell’angolo della busta, ma il mio è solo una macchia illeggibile. La apro. Non c’è scritto niente sulla carta rossa.
La passo a Muller. «Leggimela,» dico.
«Non ho ancora finito quella di tua madre,» dice Muller, ma poi prende la lettera e la legge: «“Caro Herr Rottschieben, ho ricevuto la sua lettera ieri. Quasi non riuscivo a capire la sua scrittura. Non avete penne decenti al fronte? La malattia di cui mi parla si chiama malattia di Neumann o pemfigo…”»
Gli strappo via la lettera dalle mani e corro verso la porta. «Fammi venire con te!» strilla Muller.
«Devi rimanere a controllare la trasmittente!» rispondo euforico, correndo poi lungo la trincea di comunicazione. Schwarzschild non ha il fronte dentro. Ha il pemfigo, ha la malattia di Neumann, e ora lo si può riformare e mandare a casa, in ospedale.
Cado e penso di essere inciampato su un elmetto o una scatoletta di carne gettati via, ma c’è un crollo, e terra e materiale di rinforzo mi cadono tutto attorno. Sento il ronzio basso di una bomba antiuomo e mi appiattisco nella trincea, ma il ronzio non si trasforma in lamento. Si interrompe, c’è un altro crollo e la trincea mi frana addosso.
