«Lo so,» dissi, ma lui non mi sentì.

Si chinò in avanti. «Com’era al fronte?»


Fa così freddo che possiamo lavorare alla trasmittente solo pochi minuti per volta prima che le nostre mani si irrigidiscano e diventino insensibili, e abbiamo paura di far cadere il liquido dalla valvola. Muller avvicina i guanti alla stufa a olio e poi li indossa. Io sprofondo le mani nelle tasche irrigidite dal ghiaccio.

Stiamo aggiustando l’apparecchio radiotrasmittente. Eisner, che consegnava i messaggi ai diversi settori, è andato a finire al fronte quando non è più riuscito a far funzionare la sua motocicletta. Se non riusciamo a sistemare la trasmittente, non saremo più dei radiotelegrafisti e diventeremo soldati, e ci sbatteranno al fronte.

Ci siamo già molto vicini. Se non nevicasse potremmo vedere il filo spinato e la neve butterata della Terra di Nessuno, e i grossi secchi di carbone che i russi qualche volta calano nelle trincee di collegamento. Un proiettile ha colpito la nostra baracca due settimane fa. Ci troviamo davanti alle linee della nostra artiglieria, e ogni tanto ci piove addosso anche qualche proiettile dei nostri cannoni, perché i fusti sono consumati. Ma non siamo al fronte, e proteggiamo la valvola autoregolatrice a costo della nostra vita.

«Ieri sera hanno inviato l’unità di Eisner a posare del filo spinato,» dice Muller, «e non sono ancora tornati. Ho una teoria su quello che gli è successo.»

«È arrivata la posta?» chiedo, strofinandomi gli occhi doloranti e tornando subito dopo a infilarmi le mani in tasca. Devo procurarmi dei guanti nuovi, ma per il momento il furiere non ne ha a disposizione. Ho scritto tre volte a mia madre perché me ne lavori un paio a maglia, ma ancora non me li ha fatti avere.



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