Torno alla trasmittente. Muller rimane accanto alla stufa, riflettendo sul suo magnete. La porta si apre con un rumore secco. Non è una porta vera e propria, solo una lastra metallica fissata al trave che sostiene la trincea, e bloccata da un cuneo, e quando qualcuno ci si appoggia cade all’interno, portandosi appresso la neve.

La neve turbina dentro, e anche la luce, e il rumore che proviene dal fronte, un rombo soffocato come un abbaiare di cani. Mi stringo al petto la valvola e Muller si lancia sulla trasmittente come se fosse un compagno ferito. Qualcuno imbacuccato in un cappottone di lana, con i mezzi guanti e il berretto di lana tirato fin sulle orecchie, si staglia contro la luce rossastra sulla soglia, ammiccando verso di noi.

«È qui il soldato semplice Rottschieben? Devo controllare i suoi occhi,» dice, e mi accorgo che è il dottor Funkenheld.

«Entri e chiuda la porta,» dico, sempre proteggendo accuratamente la valvola, ma Muller ha già incastrato la lastra contro il trave.

«Ha notizie?» chiede Muller al dottore, ansioso di conoscere nuovi fatti dai quali poter elaborare le sue teorie. «La pattuglia che doveva mettere il filo spinato è tornata indietro? Ci sarà un bombardamento stanotte?»

Il dottor Funkenheld si toglie i mezzi guanti. «Devo esaminare i tuoi occhi,» dice rivolto a me. La sua voce mi spaventa. Per tutto il corso della guerra ha sempre conservato la sua tranquilla voce da capezzale, rivolgendosi ai feriti nel posto di medicazione o nelle postazioni dei barellieri come se si trovasse nella sua clinica di Stoccarda, ma adesso sembra agitato, e io temo che sia imminente un bombardamento e che ci sia bisogno di me al fronte.

Quando sono andato in infermeria a farmi dare un farmaco per gli occhi, gli ho detto stupidamente che avevo studiato medicina a Jena con il dottor Zuschauer. Adesso ho paura che mi chiederà di assisterlo, il che significa dover andare al fronte. «Ti fanno ancora male gli occhi?» mi domanda.



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