Il giullare ruotò il capo pezzato per osservare Pylos salire i ripidi gradini di ferro che portavano all’uccelliera. Nel movimento, le campanelle tintinnarono. «Sotto il mare, gli uccelli hanno scaglie invece di penne» cantò accompagnato dal “cling-cling” delle campanelle. «Lo so io, lo so io, oh, oh, oh.»

Perfino per un giullare, Macchia era una vista pietosa. Forse un tempo aveva evocato tuoni di risate con i suoi lazzi, ma il mare gli aveva carpito quel dono, portandogli via metà dell’arguzia e tutta la sua memoria. Era diventato molle e obeso, pieno di ammiccamenti e di tremiti, incoerente la maggior parte delle volte. Ormai, la bambina sfigurata era la sola che rideva dei suoi scherzi, la sola cui importava qualcosa se lui fosse vivo o no.

“Una fanciulla brutta, un giullare triste e un vecchio maestro. Che pietoso terzetto… Ecco una storia strappalacrime.” «Siedi qui vicino a me, piccola.» Cressen le fece cenno con la mano di avvicinarsi. «È così presto per le visite, appena spuntata l’alba. Dovresti essere al calduccio nel tuo letto.»

«Ho fatto brutti sogni, maestro» gli confidò Shireen. «C’erano i draghi che venivano a mangiarmi.»

Incubi. Per quanto indietro Cressen riandasse con la memoria, la bambina ne era sempre stata tormentata.

«Ne abbiamo già parlato più volte» la rassicurò lui gentilmente. «I draghi non possono tornare in vita, sono fatti di pietra, piccola mia. In un tempo molto lontano, la nostra isola era l’avamposto più occidentale del grande dominio di Valyria. Furono i valyriani a erigere questa cittadella, e loro conoscevano modi per scolpire la pietra che da noi sono andati perduti. Un castello deve avere torri per la difesa in ogni punto in cui le mura s’incontrano a formare un angolo. I valyriani configurarono le loro torri in forme di draghi per fare apparire la loro fortezza ancora più minacciosa, lo stesso motivo per cui incoronarono le loro mura con migliaia di doccioni invece che con semplici merlature.» Cressen prese la piccola mano rosa di Shireen nella sua, così grigia e fragile, e la strinse con affetto. «Per cui, vedi, non c’è nulla di cui avere paura.»



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