Dona Cristã si permise una risatina. — Oh, Pipo, non mi dispiacerebbe certo se lei ci provasse. Ma creda pure, mio caro amico, allungare una mano verso il suo cuore è come immergerla nel ghiaccio.

— Lo immagino. Immagino che avvicinarsi a lei sia come rischiare di aprire la porta di un frigorifero. Ma che impressione le fa il calore umano? Magari, fredda com’è, le sembra rovente come il fuoco.

— Quanto è poetico — disse Dona Cristã. Non c’era ironia nella sua voce; lo pensava davvero. — Dica, i maiali l’hanno compreso che abbiamo mandato da loro il migliore di noi, come ambasciatore?

— Ho cercato di spiegarglielo, ma temo siano scettici al riguardo.

— La manderò da lei domani. Ma l’avverto: Novinha si aspetta un esame immediato e in piena regola, e farà resistenza a qualsiasi suo tentativo di pre-esaminarla con altri espedienti.

Pipo sorrise. — Mi preoccupa di più quel che accadrà dopo l’esame. Se fallisce, avrà dei gravi problemi psicologici. E se passa, allora cominceranno i miei problemi.

— Perché?

— Libo non mi darà tregua per sostenere l’esame anticipato e diventare Zenador. E quando questo accadrà, cosa mi resterà se non andare a casa, distendermi sul letto, e attendere che la parca tronchi pietosa il filo della mia inutile vita?

— Che sciocco romantico è lei, Pipo! Se a Milagre esiste un uomo capace di accettare come collega il figlio tredicenne, questo è lei.

Dopo che la superiora fu uscita, Pipo e Libo s’impegnarono nel loro solito lavoro registrando i risultati della visita di quel giorno ai pequeninos. L’uomo paragonava spesso i procedimenti di Libo, il suo modo di pensare, le sue intuizioni e le sue attitudini, con quelli degli studenti anziani che lui aveva conosciuto all’università prima di trasferirsi alla Colonia Lusitania. Il ragazzo era giovane, e certo ancora bisognoso di molta teoria e molta pratica, ma nei suoi metodi era già un vero scienziato, e inoltre aveva il cuore di un umanista.



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