
Rooter era il più ostico e allo stesso tempo il più servizievole di tutti i pequeninos. Ogni volta che Pipo faceva loro visita nella radura lui era lì, pronto a rispondere a quegli interrogativi che l’uomo, per legge, non avrebbe potuto venire a sottoporgli. Pipo dipendeva da lui — troppo, probabilmente — ma per contro Rooter, mentre da un lato giocava o faceva il buffone come s’addiceva alla sua giovane età, dall’altro lo osservava, lo metteva alla prova, lo studiava. Pipo doveva costantemente guardarsi dalle piccole trappole in cui Rooter cercava di farlo cadere.
Quel giorno, fino al momento del suo arrivo, Rooter aveva folleggiato su e giù per gli alberi, aggrappandosi alla corteccia soltanto con i cuscinetti cornei sporgenti all’interno delle coscie e delle caviglie. In mano aveva due bastoncelli — Bastoni-Padre, li chiamavano — con cui, nell’arrampicarsi, percuoteva il tronco secondo uno schema aritmico ma singolarmente incisivo.
Il chiasso finì per far uscire Mandachuva dalla casa di tronchi. Si volse a Rooter e gli gridò qualcosa nella Lingua dei Maschi, quindi in portoghese: — P’ra baixo, bicho! — Alcuni maialini che erano nelle vicinanze espressero la loro approvazione per quel gioco di parole in lingua umana, sfregando rapidamente le cosce l’una contro l’altra. Ne derivò un sibilante fruscio, e deliziato dal loro applauso Mandachuva reagì con un allegro saltello.
Nel frattempo Rooter era indietreggiato lungo un tronco secco finché parve sul punto di precipitare. Giunto in cima, distese le braccia di scatto, fece una capriola all’indietro e atterrò di precisione sulle gambe, rimbalzando con eleganza per ammortizzare l’impatto.
— Così, ora sei diventato un acrobata — disse Pipo.
Rooter s’incamminò verso di lui esibendo la baldanzosa andatura con cui si divertiva a imitare gli umani.
