
Arretrò di qualche passo, poi si voltò dirigendosi al cancello. Gli sguardi dei presenti si fissarono sulle natiche che fremevano leggermente sotto il lino bianco dei pantaloni scampanati. La vita era circondata da una sottile cintura rossa simile a una riga di sangue. La donna scomparve dietro il muro di cinta e gli uomini si lasciarono andare a qualche verso di approvazione, sospeso fino a quel momento sotto la campana di vetro del suo fascino.
«Bellissima, vero?» disse Consuelo Jiménez, seccata con se stessa per quel bisogno di riportare l’attenzione sulla sua persona.
«Sì», convenne Falcón, «e molto diversa dal genere di bellezza a cui siamo abituati dalle nostre parti. Chiara, di una chiarezza traslucida.»
«Sì, è davvero chiara», ammise Consuelo.
«Sappiamo dove sia il giardiniere?» domandò Falcón.
«È scomparso.»
«Che cosa si sa di lui?»
«Si chiama Sergei. È russo o ucraino. Lavora per noi, per i Vega, i Krugman, Pablo Ortega e me.»
«Pablo Ortega… l’attore?» domandò Calderón.
«Sì, si è appena trasferito qui. Non è un uomo molto felice.»
«Non mi sorprende.»
«Già, è stato lei, vero, Juez Calderón, a far condannare suo figlio a dodici anni di prigione?» osservò Consuelo. «Un caso terribile, una tragedia… ma non mi riferivo a questo quando ho detto… anche se certamente avrà contribuito. La sua casa ha qualche problema e trova il quartiere un po’… morto, dopo aver vissuto in centro.»
«Perché è venuto qui?» domandò Falcón.
«Nel barrio non gli rivolgevano più la parola.»
«Per via di ciò che ha fatto il figlio?» chiese Falcón. «Non ricordo bene il caso…»
«Il figlio di Ortega ha rapito un bambino di otto anni, lo ha legato e violentato per parecchi giorni.»
«Ma non lo ha ucciso?»
«Il bambino è riuscito a scappare.»
«È stata una cosa ancor più strana», intervenne Consuelo. «Il figlio di Ortega lo ha liberato e poi è rimasto seduto sul letto nella stanza insonorizzata che aveva predisposto per il sequestro ad aspettare l’arrivo della polizia. Gli è andata bene che a trovarlo per primi siano stati i poliziotti.»
