«Dicono che in carcere se la passi male», soggiunse Calderón.

«Non riesco a provare pietà per chi distrugge l’innocenza dei bambini», affermò con veemenza Consuelo. «Si meritano tutto.» Madeleine Krugman tornò con il numero di telefono. Si era messa gli occhiali da sole, per proteggersi dal riflesso lancinante della sua pelle di porcellana.

«Nessun nome?» domandò Falcón digitando il numero sul cellulare.

«Mio marito dice che si chiama Carlos Vásquez.»

«E dov’è suo marito?»

«A casa.»

«Quando le ha dato questo numero, il signor Vega?»

«Prima di raggiungere Lucía e Mario in vacanza l’estate scorsa.»

«Mario è il bambino che ha dormito a casa sua, signora Jiménez?»

«Sì.»

«I Vega non hanno parenti a Siviglia o nei dintorni?»

«I genitori di Lucía.»

Falcón si allontanò di qualche passo e chiese di parlare con l’avvocato. «Sono l’Inspector Jefe Javier Falcón. Il suo cliente, il signor Rafael Vega, è disteso sul pavimento della cucina privo di sensi, forse morto. Abbiamo bisogno di entrare in casa.»

Un lungo silenzio mentre Vásquez assorbiva la notizia devastante.

«Sarò lì tra dieci minuti», disse alla fine. «Vi consiglio di non tentare di entrare, Inspector Jefe, perché certamente vi occorrerebbe molto più tempo.»

Falcón alzò lo sguardo sulla casa inespugnabile. Due telecamere di sicurezza agli angoli della facciata, altre due sul retro.

«Sembra che i Vega avessero l’ossessione della sicurezza» osservò, ritornando dagli altri. «Telecamere. Vetri a prova di proiettile. Porta d’ingresso solidissima.»

«Vega è molto ricco», gli fece notare Consuelo.



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