«Speriamo che abbia acceso le telecamere della sorveglianza e caricato i videoregistratori», disse Falcón, tornando alle cose pratiche. «Dovremmo dare un’occhiata al suo studio.»

Attraversarono l’ingresso e percorsero un corridoio accanto alle scale. Lo studio di Vega era sul lato destro e si affacciava sulla strada. Una poltrona girevole di pelle era dietro la scrivania, un manifesto delle corride dell’ultima Feria de Abril sulla parete alle spalle.

Una scrivania grande, sgombra, di legno chiaro con un telefono e un computer portatile. Sotto la scrivania una cassettiera a rotelle. Lungo la parete dietro la porta quattro schedari neri e in fondo alla stanza l’apparecchiatura di videosorveglianza, con i monitor spenti e le spine staccate, e in ogni registratore una cassetta ancora inutilizzata.

«Non promette un gran bene», osservò Falcón.

Gli schedari erano chiusi a chiave, così come la cassettiera sotto la scrivania. Falcón salì in camera da letto e aprì una cabina armadio, con gli abiti e le camicie di lui sulla destra e quelli di lei, oltre a un gran numero di scarpe (alcune uguali tra loro in modo inquietante) sulla sinistra. Posati su una cassettiera un portafogli, un mazzo di chiavi e qualche spicciolo.

Una chiave del mazzo apriva i cassetti della scrivania. I primi due non contenevano niente di diverso dal solito, ma quando Falcón aprì il terzo, vide qualcosa che sporgeva da sotto una risma di carta. Era una pistola.

«Non ne ho viste molte di queste», disse Falcón, «è una Heckler Koch calibro nove. Chi ce l’ha si aspetta certamente qualche grosso guaio.»

«Se lei avesse un’arma del genere in casa, berrebbe un litro di acido o si farebbe saltare le cervella?»

«Potendo scegliere…»

Sulla soglia comparve l’avvocato, uno sguardo duro negli occhi scuri piantati sulla faccia.



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