
«Non avete il diritto…» cominciò.
«Stiamo indagando su un omicidio, signor Vásquez», lo interruppe subito Falcón. «La signora Vega è di sopra sul letto, morta, è stata soffocata con un cuscino. Lei non ha nessuna idea del motivo per cui il suo cliente volesse tenere una di queste nel suo studio?
Vásquez ebbe un moto di sorpresa nel vedere la pistola.
«Siviglia è una di quelle curiose città dove la gente ricca e privilegiata di Santa Clara è separata dalla popolazione di drogati e di emarginati del Polígono San Pablo solo da un piccolo quartiere, dalla cartiera e dalla Calle de Tesalónica. Presumo che la tenesse per ragioni di sicurezza.»
«Come le telecamere a circuito chiuso che non si prendeva la briga di accendere?» domandò Falcón.
Vásquez guardò le apparecchiature spente. Il cellulare dell’avvocato suonò le prime note della Carmen. I due rappresentanti della giustizia si scambiarono un sorrisetto mentre Vásquez scendeva al pianterreno. Calderón chiuse la porta e Falcón capì che era vero quanto aveva sospettato stringendo la mano al Juez quella mattina: c’erano novità, e lo riguardavano.
«Volevo che lo sapesse da me», disse il magistrato, «e non dalla macchina dei pettegolezzi della Jefatura o dell’Edificio de los Juzgados.»
Falcón annuì, la gola improvvisamente paralizzata.
«Inés e io ci sposiamo alla fine dell’estate», annunciò Calderón.
Aveva capito che doveva trattarsi di quello, ma la notizia inchiodò comunque Falcón al pavimento. Gli parve che fosse passato del tempo prima che i suoi piedi, muovendosi al rallentatore come quelli di un palombaro sul fondo dell’oceano, lo avvicinassero a Calderón tanto da potergli stringere la mano. Ebbe per un attimo l’idea di dargli una stretta alla spalla in modo cameratesco, ma l’amarezza era troppo forte, gli riempiva la bocca di un sapore acre di olive andate a male.
