«Congratulazioni, Esteban», riuscì a dire.

«Lo abbiamo comunicato ai miei e ai suoi ieri sera», continuò Calderón. «Al di fuori della famiglia, lei è il primo a saperlo.»

«Saprà renderla molto felice», disse Falcón. «Ne sono sicuro.»

Si scambiarono un cenno di assenso e si scostarono l’uno dall’altro.

«Torno dal Médico Forense», disse Calderón, uscendo dalla stanza.

Falcón si avvicinò alla finestra e dalla rubrica digitò sul telefonino il numero di Alicia Aguado, la psicoterapeuta che lo aveva in cura da più di un anno. Il pollice sfiorò il tasto di chiamata, ma una rabbia improvvisa lo trattenne dal premerlo: avrebbe aspettato fino all’indomani, giorno della seduta settimanale, avevano già affrontato il tema della sua ex moglie un milione di volte e la dottoressa lo avrebbe solo rimproverato di non aver ancora superato il problema.

Le questioni in sospeso tra Javier e Inés erano state risolte durante il lavoro di riabilitazione psicologica seguito allo scandalo che quindici mesi prima aveva travolto Francisco Falcón. Francisco era il pittore di fama mondiale che Javier aveva sempre creduto suo padre, ma che si era rivelato un impostore, un assassino e dopotutto non il suo vero genitore. Inés aveva perdonato Javier ancor prima di essersi incontrata con lui qualche mese dopo la follia dei media. Il loro breve matrimonio era finito a causa della freddezza di lui, espressa nel terribile mantra in rima che Inés ripeteva sempre: Tú no tienes corazón, Javier Falcón. Data la storia familiare di Falcón, Inés adesso capiva come mai gli mancasse quell’elemento fondamentale in un essere umano. Negli ultimi mesi, grazie alla psicoterapia, Falcón pensava meno a lei, ma ogni volta che veniva pronunciato il suo nome provava inevitabilmente una stretta dolorosa alla bocca dello stomaco. La terribile accusa di Inés lo torturava ancora; perdonandolo, lei era diventata, a causa dello stato di instabilità di Javier, una persona alla quale egli doveva dare continuamente prova del proprio valore.



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