Alcune villette conservavano l’aspetto originale degli anni ’50, altre erano state adattate al gusto spagnolo e qualcuna, proprietà di gente ricca, era stata abbattuta e ricostruita di sana pianta, fino ad assumere l’aspetto di un palazzo. Per quanto era dato a Falcón di ricordare, nessuno di quei cambiamenti era riuscito a eliminare del tutto l’atmosfera di irrealtà che regnava nel quartiere, forse dovuta al fatto che le case sorgevano al centro di lotti di terreno indipendenti, vicine e isolate insieme, cosa che non era tipica della Spagna, ma piuttosto di un agglomerato suburbano degli Stati Uniti. E, a differenza del resto di Siviglia, era una zona quieta in modo quasi magico.

Falcón parcheggiò all’ombra del muretto verdeggiante della villa in Calle Frey Francisco de Pareja. A dispetto dei muri di mattoni e di qualche decorazione, aveva la solidità di una fortezza. Costrinse il suo piede a non vacillare quando la prima persona che vide al di là del cancello fu il magistrato inquirente, il Juez de Guardia Esteban Calderón. Da più di un anno non lavorava con lui, ma la faccenda era ancora fresca. Una stretta di mano, una pacca sulla spalla. Si sorprese nel vedere che la donna in piedi accanto al giudice era Consuelo Jiménez, anche lei coinvolta nella medesima vicenda. La trovò diversa dalla signora dell’alta borghesia imprenditoriale che aveva conosciuto l’anno precedente, durante le indagini sull’omicidio del marito: ora portava i capelli sciolti, con un taglio più moderno, meno trucco e meno gioielli. Non riusciva a capire perché mai fosse là.

I paramedici tornarono all’ambulanza e tirarono fuori la barella. Falcón strinse la mano al Médico Forense e al segretario del giudice mentre Calderón domandava al poliziotto se vi fossero segni di effrazione. Il poliziotto fece il suo rapporto.



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