Baley fissò il sottosegretario con occhi tetri. «Vuol dire che devo fare la spia.»

«Non c'è bisogno di spiare. Lei non deve far altro che quello che le chiedono. Si limiti a tenere aperti occhi e mente. Osservi! Quando tornerà sulla Terra, ci saranno specialisti che analizzeranno e interpreteranno le sue osservazioni.»

«Prendo atto che c'è una crisi, signore» disse Baley.

«Perché dice questo?»

«Mandare un terrestre su un Mondo Esterno è rischioso. Gli spaziali ci odiano. Con la migliore volontà del mondo e anche se sono là su loro invito, potrei provocare un incidente interstellare. Il governo terrestre potrebbe con facilità evitare di mandarmi, se volesse. Basterebbe dire che sono malato. Gli spaziali hanno una paura patologica delle malattie. Non mi vorrebbero per nessun motivo, se pensassero che sono malato.»

«Suggerisce» disse Minnim «che dobbiamo tentare questo trucco?»

«No. Se il governo non avesse nessun altro motivo per mandarmi, ci avrebbe già pensato, e avrebbe anche pensato a qualcosa di meglio senza il mio aiuto. Ne consegue che la cosa essenziale è la questione dello spionaggio. E se è così, ci dev'essere qualcosa di più di un guarda-un-po'-quello-che-riesci-a-vedere per giustificare il rischio.»

Baley si aspettava quasi un'esplosione a cui avrebbe quasi dato il benvenuto come sollievo alla pressione, ma Minnim si limitò a sorridere gelido e a dire: «Sembra che lei riesca a vedere al di là dei particolari poco importanti. Ma non mi aspettavo di meno».

Il sottosegretario si chinò sopra la scrivania verso Baley. «Eccole una certa informazione che lei non discuterà con nessuno, nemmeno con altre autorità governative. I nostri sociologi sono giunti a certe conclusioni concernenti la presente situazione galattica. Cinquanta Mondi Esterni, sottopopolati, roboticizzati, potenti, con gente piena di salute e longeva. Noi, affollati, tecnologicamente sottosviluppati, con vita breve, sotto la loro egemonia. È una condizione instabile.»



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