
Si trovava in piedi nel vano dell’alta finestra di una torre. Il bagliore della luna era tanto luminoso che riusciva a distinguere il pavimento del cortile molto più in basso, e le incisioni sulle maniglie di ferro battuto dei cancelli: scorse l’ombra di una foglia che cadeva, e perfino una sottile crosta di polvere sul terreno. Alzando gli occhi invece, riuscì a spingere lo sguardo oltre l’intricato labirinto delle cime degli alberi, e scorse il luccichio dell’acqua in lontananza. Nella direzione opposta, le nere falde delle montagne si stagliavano in distanza contro l’orlo di un cielo gonfio di stelle.
Nella stanza dietro di lei una solitaria lingua di fiamma si levava dall’argento lucido della lampada sul tavolo e, al chiarore di quella piccola luce ondeggiante, riuscì a distinguere i mobili — pochi e semplici — ognuno dei quali era lavorato in ebano ed avorio. Sebbene il loro disegno e le forme le risultassero estranee, riconobbe in quegli oggetti l’afflato creativo di una tradizione salda e stabile, il prodotto di una cultura sofisticata e raffinata.
Si accorse di non essere sola. Contro la parete più lontana della caverna vi era il mobile più grande, un letto d’ebano massiccio la cui spalliera, decorata con fili di madreperla, rifrangeva l’esile luce dalla lampada. Sopra al letto, quasi nascosto dalle ombre impenetrabili, si poteva intravedére un alto baldacchino istoriato con un emblema d’oro a rilievo: un’aquila stilizzata in picchiata, sormontata da una minuscola corona.
Lo stesso emblema era ripetuto sui luccicanti bottoni d’argento del soprabito scuro che apparteneva all’uomo in piedi accanto al letto, il capo chino, silenzioso come una statua, intento ad osservare la figura addormentata. Era un uomo alto, dall’aspetto gradevole pur nella sua austerità. Qualche filo d’argento spiccava tra la folta capigliatura bruna che gli scendeva lunga fino alle spalle, sebbene Gil non gli attribuisse più di trentacinque anni.
