
Dalla suola dei suoi stivali di pelle morbida fino alle pieghe del mantello ondeggiante che copriva soprabito e tunica, l’abbigliamento dell’uomo dava l’impressione di ricchezza — in tono con la sommessa eleganza della stanza — infatti, pur essendo semplice, era perfettamente confezionato con una stoffa costosa. Le gemme sull’elsa della spada che spuntava dal mantello, lucevano come stelle alla luce fioca della lampada, seguendo il leggero movimento del suo respiro.
Un rumore nel corridoio gli fece alzare la testa e Gil riuscì a scorgere il suo viso, spaventato dal timore di terribili notizie. Poi la porta accanto a lui si aprì.
«Sapevo di trovarti qui,» disse lo Stregone.
Per un attimo Gil ebbe l’assurda idea che si stesse rivolgendo a lei. Ma l’uomo in nero annuì, aggrottando la fronte per l’intensa concentrazione circa qualche problema da risolvere, e la sua mano continuò a sfiorare i cerchi sollevati in spire della spalliera del letto.
«Stavo scendendo,» si scusò l’uomo con voce soffocata, il viso rivolto per metà indietro. «Volevo soltanto vederlo.»
Lo Stregone chiuse la porta. Il movimento dell’aria fece tremolare la fiamma della lampada, e la sua luce incerta illuminò per un breve istante le rughe scavate dal sole intorno ai suoi occhi, che mostravano quella stessa espressione di stanchezza e di tensione. Gil vide che anche il vecchio portava una spada sotto la stoffa grossolana del mantello. La sua elsa non era però ingioiellata, e rivelava il lungo uso che ne era stato fatto nel corso degli anni. Egli disse:
«Non ce n’è alcun bisogno. Dubito che attaccheranno ancora, stanotte.»
«Stanotte…», gli fece eco con voce triste l’uomo in nero.
