
«È l’impotenza che non riesco a sopportare!», urlò con voce rabbiosa. «È la mia gente, Ingold, il Regno — e tutta la civiltà, se ciò che dici è vero — che stanno andando in rovina, ma né tu né io possiamo offrire loro altro che uno scudo dietro il quale nascondersi. Tu puoi dirmi cosa sono i Neri e da dove provengono, ma i tuoi poteri non possono colpirli in alcun modo! Tu non sei in grado di dirci cosa fare per sconfiggerli definitivamente. Puoi solamente combatterli, come facciamo tutti, con una semplice spada!»
«Forse non c’è niente da fare!», rispose Ingold appoggiandosi allo schienale di una sedia.
Intrecciò le mani, ma i suoi occhi erano attenti e vigili.
«Non posso accettarlo.»
«Devi accettarlo.»
«Non è vero! Tu sai che non è vero!»
«Il genere umano sconfisse l’Oscurità migliaia di anni fa,» replicò pacatamente lo Stregone mentre il tremolio della lampada creava curiose figure sui lineamenti del suo viso smunto, segnato da molte cicatrici. «Come ciò sia potuto avvenire, non si sa! Forse anche i Neri ignorano come sia accaduto; in ogni caso, non abbiamo trovato nessuna registrazione di quei lontanissimi avvenimenti. Il mio Potere non può influire sui Neri perché non li conosco, e non capisco né la loro essenza, né la loro natura. Essi possiedono un proprio Potere, Eldor, molto diverso dal mio, al di là della comprensione di qualsiasi Stregone, eccetto, forse, Lohiro, il Capo del Consiglio di Quo. Di ciò che accadde al tempo dell’Oscurità, tremila anni fa, quando essi sorsero per la prima volta a devastare la Terra… tu ne sai quanto me!»
«Sapere?» Il Re sorrise amaramente fissando lo Stregone con i suoi occhi cupi, quasi fosse un lupo pronto ad attaccare. «Lo ricordo bene. Chiaramente: come fosse successo a me e non a qualche mio lontanissimo avo!» Si avvicinò quindi allo Stregone e la sua ombra lo oscurò come quella di un enorme albero colpito dal fulmine. Il chiarore tremolante della piccola lampada confuse quell’ombra con le altre che incombevano nel minuscolo ambiente. «E anche lui ricorda…»
